La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Autore: Antonio Rinetti

AvatarEx Direttore del Personale di un importante istituto bancario e attualmente Consulente HR. Cura la rubrica 'Essere o non essere' sulla rivista Persone&Conoscenze

Era la prima volta che varcavo la soglia dell’Ufficio del Personale della grande azienda, una ‘nave scuola’, per usare una terminologia che all’epoca identificava i posti dove si imparava a lavorare. Ero arrivato lì come neolaureato convinto di candidarmi per il Servizio Legale o, in subordine, per le Relazioni Esterne che in quegli anni erano di gran moda.

L’intervistatore mi accolse con un sorriso. Poi, dopo i soliti convenevoli, iniziò il suo percorso a ostacoli per capire chi avesse di fronte. Non gli risultò difficile. Con l’andar dei minuti, si era creato un clima di confidenza e di fiducia che fluidificava lo scorrere delle parole e l’esposizione dei propri punti di vista. Leggi tutto >

Spread, deficit, austerity: da tempo fredde parole come queste ci tormentano, come gli incubi scolastici che periodicamente ritornano a disturbare i nostri sonni a distanza di decenni dal liceo. Infatti come se non bastassero le iatture finanziarie, la lettura di due recenti inchieste sul nostro Paese ha rafforzato in me la sensazione di far parte di una società sempre più gravemente malata e rassegnata a convivere con uno stato di salute depresso e tendente al cronico degenerativo: rating in ribasso e outlook negativo! Leggi tutto >

Merito, Meritocrazia

“La messa del laico”, così Hegel definiva acutamente già due secoli or sono la lettura del giornale di prima mattina. Allo stesso modo ho sempre considerato come una sorta di liturgia l’analisi quotidiana dei curriculum ricevuti: un momento fondamentale, da fare a mente libera, in cui per­sone spesso ancora senza volto si mettono in gioco per un posto di lavoro con l’obiettivo di catturare la tua attenzio­ne e il tuo interesse a incontrarli e magari a scommettere su di loro.

L’esperienza di molti anni mi ha poi consentito di accentuare sempre di più l’attenzione sui fatti concreti anziché sulle semplici parole: vi sono sempre sfumatu­re che fanno la differenza e che nel corso di un colloquio consentono a colpo sicuro di verificare l’autenticità delle cose o di smascherare affermazioni superficiali se non ad­dirittura mendaci.

Poi, negli ultimi anni, per mia scelta mi sono avvicinato alla ‘cosa pubblica’: un mondo assoluta­mente nuovo, spesso sconosciuto dai più sia negli aspetti generali sia nei dettagli operativi, ma fondamentale per far girare al meglio i meccanismi di quella strana creatura chiamata Stato.

Mi sarei aspettato negli innumerevoli cur­riculum di dirigenti e funzionari pubblici che ho visionato e valutato contenuti di spessore per lo meno paragonabili a quanto incontrato nelle mie precedenti esperienze: rara­mente è andata così! Curriculum di svariate pagine piene di

informazioni assolutamente ininfluenti Leggi tutto >

Territorio e industria hanno dato vita, soprattutto nel Se­condo Dopoguerra, a un legame stretto e fecondo che ha fatto da traino, più di ogni altra cosa, al nostro tanto rim­pianto miracolo economico.

Quante città si sono identificate con ‘l’azienda’ che dava non solo lavoro a chi su quel territorio viveva, ma lo ripa­gava con un benessere che ricadeva a pioggia sull’intera collettività e con una visibilità che talvolta travalicava i confini nazionali? Quanti imprenditori coraggiosi e illumi­nati, inventori dal niente di realtà di assoluto prestigio per innovazione, qualità e affidabilità, unitamente all’apporto di generazioni di dirigenti, quadri e tecnici fedeli e prepara­ti, hanno saputo dar vita a un modello organizzativo e ma­nageriale, forse di impronta provinciale, ma sicuramente efficacissimo con il suo mix di pragmatismo e creatività?

Poi –già prima dell’avvento della globalizzazione selvag­gia– qualcosa ha cominciato a cambiare e non sempre in meglio. Multinazionali affamate hanno effettuato ‘shop­ping’, talvolta poco rispettose degli equilibri locali; molti imprenditori, forse più abili come capitani d’industria che non come capitalisti, hanno preferito farsi da parte, asse­condati spesso dalle successive generazioni familiari che, anziché proseguire e soprattutto innovare il lavoro dei loro predecessori, hanno optato per un comodo disimpegno, integrato da cospicui assegni, con cui trastullarsi nella mi­gliore delle ipotesi in qualche fondo di private equity e con­durre una vita da protagonisti del jet set.

Fortunatamente alcune eccezioni rimangono salde, per indicare a chi oggi fa impresa una strada tanto difficile quanto vincente, a di­mostrazione di come quando una famiglia e un territorio stipulano tra di loro un contratto sociale in cui ciascuno si assume fino in fondo le proprie responsabilità, le ricadute positive finiscono con il beneficiare ogni stakeholder senza genere di distinzioni.

L’esempio di Ferrero

Le mie origini fanno sì che io viva a qualche decina di chilometri da Alba, una graziosa citta­dina in provincia di Cuneo conosciuta fino agli Anni 70 come località sonnacchiosa e provinciale, frequentata all’e­poca esclusivamente dai primi wine lover e dagli amanti di Beppe Fenoglio, ma pressoché ignota al turismo di massa nostrano e internazionale. Fino a non molti anni prima la Ferrero, nata proprio in quella zona nell’immediato Do­poguerra, rappresentava ai più la fabbrica della Pasta di Gianduia e della cioccolata: un’interessante società dai prodotti mediamente non ancora al livello dei principali concorrenti, anche se già votata all’internazionalizzazione, all’innovazione e con una forte sensibilità verso la comuni­cazione. Dietro alla vertiginosa crescita di questi decenni di Ferrero, non solo in Italia ma soprattutto a livello glo­bale, c’è stata –e c’è– in primis

una famiglia che ha creduto come pochi altri alla missione che si era data Leggi tutto >

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