La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Smart working

Lo studio recentemente pubblicato da ILO ed Eurofound dal titolo Working anytime, anywhere propone di differenziare le modalità di lavoro in base a due dimensioni, il livello di utilizzo di tecnologie informatiche e il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa arrivando così a distinguere fra quattro macro categorie di lavori: svolti esclusivamente presso gli ambienti aziendali indipendentemente dal livello di tecnologie informatiche utilizzato; occasionalmente svolti all’esterno degli ambienti aziendali utilizzando strumenti tecnologici; svolti regolarmente (alcune volte a settimana) in molteplici luoghi esterni agli ambienti aziendali utilizzando un elevato livello di mobilità e di strumenti tecnologici; svolti regolarmente (alcune volte al mese) in molteplici luoghi esterni agli ambienti aziendali oppure svolti con frequenza presso la propria abitazione sempre ricorrendo all’uso di strumenti tecnologici (telelavoro).

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Robot e uomo

Disoccupazione, transizione scuola-lavoro, nuovi modelli organizzativi e professioni digitali. E ancora occupazione femminile, sostegno al sistema manifatturiero e provvedimenti ad hoc per i lavoratori autonomi. Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali (con delega alle Politiche Giovanili), intervistato nel numero di Maggio-Giugno-Luglio 2017 di Sviluppo&Organizzazione – rivista edita dalla casa editrice ESTE – traccia un bilancio dei suoi tre anni trascorsi al Ministero iniziati a febbraio 2014.

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di Arianna Visentini

In termini legislativi sulla definizione di “Smart working” non c’è (ancora) chiarezza: sono poche le norme che ne parlano e si riferiscono per lo più a una prassi organizzativa che prevede che i dipendenti e collaboratori di un’organizzazione aziendale possano prestare il loro lavoro da sedi e in orari diversi da quelli canonici, previo accordo con l’azienda. Ma lavoro agile significa affrontare un processo di innovazione organizzativa che non vuol dire solo adeguarsi alla tecnologia esistente, quanto introdurre un cambiamento dell’organizzazione.

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Il Disegno di legge approvato a gennaio 2016 dal Consiglio dei Ministri rilancia il tema dello smart working (che il testo peraltro identifica con l’espressione “lavoro agile”), offrendo una cornice giuridica a un tema che è di grande attualità e che è destinato a far discutere molto nel prossimo futuro.
Questa espressione compare, infatti, con sempre maggior frequenza sulla stampa specializzata (e non) ed è ormai entrata nel linguaggio quotidiano di chi di lavoro e di organizzazione del lavoro si occupa. Non mancano poi le indagini sul tema, di volta in volta portate alla ribalta per sottolinearne qualche aspetto caratterizzante1 (su cui la consulenza di turno si candida a offrire supporti). Ancora più interessante è il significativo aumento del numero delle aziende che hanno provato iniziative classificabili sotto questa etichetta, che si accingono a farlo o che stanno mettendo a regime le prime sperimentazioni e che si interrogano su come farlo funzionare al meglio.
Eco notevolmente positiva ha poi avuto la terza edizione della Giornata del lavoro agile, progetto al quale va il merito di aver stimolato l’interesse verso modalità ‘diverse e innovative’ di organizzazione del lavoro anche da parte delle imprese di medie e piccole dimensioni; imprese che tendono a essere spesso più reticenti nei confronti delle ‘novità’ che richiedono cambiamenti, soprattutto culturali e gestionali (perché questi giocano un ruolo di primo piano, ben oltre le questioni ‘tecnologiche’ che pur contano).

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