La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

CEO hubris: gli impatti sull’attitudine imprenditoriale dell’organizzazione

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Autori:

– Vincenzo Mazzotta, Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Management dell’Università La Sapienza di Roma

– Mauro Gatti, Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale presso il Dipartimento di Management dell’Università La Sapienza di Roma.

 

Esiste un impatto della hubris del CEO sulla capacità dell’organizzazione aziendale di agire in maniera imprenditoriale? La Upper echelons theory l’ha definita “un livello esagerato di core self evaluation” e ha analizzato l’impatto di tale tratto della personalità sulle decisioni strategiche e sulle performance aziendali, non riuscendo però a osservare sistematicamente i suoi effetti sul comportamento organizzativo. Nell’ambito dei comportamenti organizzativi oggetto di studi, la Strategic choice perspective ha delimitato il costrutto dell’attitudine imprenditoriale dell’impresa, definito come “un insieme di processi, pratiche, attività decisionali, che portano l’impresa a cogliere nuove opportunità”. Seguendo tali filoni di ricerca, cercheremo di investigare come la hubris del CEO, costrutto studiato approfonditamente sia nell’ambito dello strategic management sia nell’ambito del comportamento organizzativo, influenzi l’attitudine imprenditoriale dell’impresa. Tale studio intende offrire un contributo alla comprensione dell’influenza della personalità del CEO sull’organizzazione aziendale; non di meno, il contributo esterno riguarda la possibilità di individuare meccanismi di controllo manageriale e di corporate governance per prevenire l’incidenza negativa della hubris del CEO sulla capacità dell’impresa di innovare e, quindi, di creare valore nel medio lungo termine.          

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Uno dei dibattiti rilevanti nella teoria dell’organizzazione e della strategia aziendale si è focalizzato sull’incidenza della personalità del CEO nelle decisioni strategiche e nelle performance dell’impresa (Astley e Van de Ven, 1983).
Da un lato, sia la Population ecology theory sia la Resource dependence perspective hanno affermato che i risultati organizzativi sono condizionati fortemente daifattori ambientali e inerziali, lasciando poco spazio per l’azione manageriale e l’attività di decision making (Hannan e Freeman, 1977). Dall’altro lato, la Strategic choice perspective (Child, 1972), ponendosi in disaccordo con tale posizione, ha enfatizzato il ruolo centrale delle decisioni strategiche nel determinare i risultati organizzativi.
Nel solco di quest’ultimo orientamento di ricerca, attenzione centrale è stata posta sul ruolo della personalità delCEO nell’influenzare l’attività decisionale strategica. Ciò ha aperto un importante filone di studi che coinvolge diverse discipline – tra cui la psicologia – che in passato erano ritenute distanti dai temi di ricerca di management e strategia aziendale. Questo studio ambisce a seguire e rinforzare tale approccio, considerando che, nell’ambito della Upper echelons theory fondata da Donald Hambrick e Phyllis Mason nel 1984, molte ricerche hanno dimostrato che la personalità del CEO influenza fortemente una serie di fattori: dalle decisioni strategiche ai processi organizzativi, fino alle performance aziendali.
Ciò accade poiché è stato dimostrato che la personalità del CEO impatta direttamente la sua capacità di prendere in considerazione una rilevante quantità di informazioni provenienti dall’interno dell’organizzazione, dal top management team (TMT) e dagli stakeholder dell’impresa durante il processo decisionale strategico. Nell’ambito di questo filone di studi, uno dei costrutti relativi alla personalità del CEO maggiormente studiati è quello della core self evaluation e del suo livello estremo, denominato “hubris”. Quest’ultimo, pur rientrando nell’ambito del costrutto della core self evaluation, presenta alcune implicazioni diverse rispetto al costrutto generale, per quanto concerne le decisioni strategiche, l’approccio al rischio del CEO e le performance aziendali (Hiller e Hambrick, 2005; Li e Tang, 2010). Inoltre, nonostantemolti studi abbiano analizzato l’impatto potenziale della hubris del CEO sulle performance aziendali, così come sulle decisioni strategiche, nessun approccio sistematico è stato proposto riguardo alla sua influenza sull’attitudine imprenditoriale dell’impresa.
L’obiettivo della nostra analisi è di affermare e dimostrare teoreticamente l’influenza negativa della hubris sull’attitudine imprenditoriale dell’organizzazione aziendale. Riteniamo, alla luce di tale premessa e dell’analisi che ne conseguirà, che tale proposizione possa dischiudere un ulteriore filone di analisi, aiutando a interpretare un latente ma importante ruolo che ricopre la personalità del CEO sul comportamento organizzativo aziendale.

Revisione della letteratura
Nell’ambito della Strategic choice perspective, Hambrick e Mason (1984) hanno dimostrato, nel corso delle loro ricerche, che i CEO influenzano in maniera determinante gli eventi aziendali rilevanti. Non di meno, Papadakis, Lioukas e Chambers (1998) hanno messo in evidenza che esiste un set di fattori, attinenti alla personalità del CEO, che impatta in maniera significativa sul processo attraverso cui vengono prese le decisioni aziendali; ciò dipende dalla preminenza gerarchica del CEO, che deriva dalla struttura organizzativa aziendale (Simsek, Heavey e Veiga, 2010). Riguardo a quest’ultimo filone di ricerca, il tema del self-assessment del CEO è stato investigato per lungo tempo (per una revisione si veda Finkelstein e Hambrick, 1996): i CEO che sono confidenti sulle loro capacità manageriali sono maggiormente in grado di individuare opportunità per le loro aziende e prendere decisioni che possano produrre benefici per la crescita e lo sviluppo dell’impresa stessa (Waldman e Ramirez, 2001). Non di meno, questo filone di ricerca conduce ad analizzare una serie di fattori cognitivi che sono in grado di spiegare il fenomeno del self-assessment: senso di controllo, narcisismo, eccesso di confidenza, orgoglio, orientamento agli obiettivi, soltanto per fornire alcuni esempi. Di conseguenza, tale letteratura si è posta il problema di individuare un unico, rigoroso e parsimonioso costrutto che potesse spiegare le scelte individuali meglio del set delle menzionate variabili, al fine di semplificare le analisi statistiche dei fenomeni sottostanti. Gli studiosi hanno convenuto che tale costrutto possa essere riconosciuto nella cosiddetta core self evaluation (vedi Judge et al., 2002). La core self evaluation descrive “come gli individui valutano se stessi, le loro abilità e le relazioni con l’ambiente in cui operano” (per la validità del costrutto si veda Judge et al., 2002; Hiller e Hambrick, 2005).
La ratio di tale definizione si basa sul presupposto che, ceteris paribus, un individuo con un più alto livello di core self evaluation percepisce se stesso come più sicuro e più abile di individuare e sfruttare opportunità, di valutare i suoi compiti e di percepire le sue relazioni lavorative meno stressanti (Judge e Hurst, 2007).
In una prospettiva più ampia, la core self evaluation rappresenta una sintesi di quattro fattori qualitativi: senso di confidenza, senso di ricchezza, senso di potenza e stabilità emotiva. Nella corrente letteratura molti studi hanno dimostrato un legame tra la core self evaluation e un insieme di implicazioni: job satisfaction (Judge e Bono, 2001), job performance (Judge e Bono, 2001), motivazione (Chen, Gully e Eden, 2004). 

Per leggere l’articolo completo (totale battute: 35000 circa – acquista la versione .pdf scrivendo a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434419)

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