La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Contro le molestie, diventare ‘cittadini’ aziendali

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Il Baratta è una lussuosa residenza per anziani localizzata nella campagna lombarda. È questo il contesto scelto dal regista Marco Tullio Giordana e dalla sceneggiatrice Cristiana Mainardi per ambientare il film Nome di donna, uscito l’8 marzo 2018 nelle sale cinematografiche italiane.

Le scene iniziali del film offrono una vivida rappresentazione dell’impostazione manageriale dell’istituto: la governance è imperniata sulla dialettica tra il Consiglio di amministrazione, che sembra comprendere esponenti ecclesiastici, notabili locali e anche qualche politico, e la figura centrale del Direttore Marco Maria Torri (interpretato da Valerio Binasco). Il Consiglio discute animatamente problematiche economiche e finanziarie, in perfetto stile aziendale; il Direttore appare in pieno controllo della situazione, un vero dominus dell’organizzazione. Lo coadiuva una figura di Responsabile del Personale, Don Roberto Ferrari (Bebo Storti), che in qualità di sacerdote appare svolgere un ruolo più ampio anche come membro del Cda espresso dalla comunità ecclesiale.

Il Baratta coltiva con grande attenzione la propria immagine di istituto di eccellenza; la residenza dall’architettura elegante, le stanze spaziose e confortevoli, l’immersione in uno scenario campestre, le piante e i fiori ben curati offrono un quadro d’insieme che si distacca dall’idea di casa di riposo diffusa nell’immaginario collettivo.

Non distante dalla grande metropoli, è in grado di attrarre clienti che appartengono a famiglie facoltose e anche qualche personaggio noto: il prestigio dell’ambiente e quello della clientela innescano così un circolo virtuoso.

Cosa si nasconde dietro l’efficienza

Ma ciò che stupisce è la qualità del servizio e quindi la gestione del personale particolarmente rigorosa. Fondamentale è il ruolo del personale di cura e in particolare delle inservienti che assistono gli ospiti nella vita quotidiana. Molte di loro sono straniere, altre hanno dovuto adattarsi a questo lavoro per necessità, come Nina Martini (Cristiana Capotondi), la protagonista, che ha perso il lavoro di restauratrice, ha una bambina cui deve provvedere da sola e ha accettato un contratto a termine per sostituzione di maternità.

Sembra la classica gestione paternalistica, dove il sacerdote Responsabile del Personale e lo stesso Direttore mantengono una disciplina rigida facendo pesare il proprio ruolo e la disponibilità che ostentano nei rapporti interpersonali rispetto alle dipendenti, persone in genere deboli per le proprie condizioni economiche, sociali e culturali che non prospettano alternative lavorative migliori.

Nina ha un livello culturale più elevato delle colleghe e tiene alla propria indipendenza, anche nel rapporto con l’attuale compagno; per una persona come lei, non è certo gradevole un clima aziendale dove la ‘distanza di potere’ aleggia nell’aria, ma questo sembra anche il necessario contraltare di stipendio fisso, ferie, tredicesima, ecc.

Le molestie dietro le promesse

C’è l’aspettativa di una conferma a tempo indeterminato e Nina se ne preoccupa quando si trova convocata nell’ufficio del Direttore Torri in orario serale. È in quell’occasione che emerge però il lato oscuro dell’istituzione, con le molestie di cui diviene oggetto da parte dell’uomo e con la conseguente scoperta che non si tratta di un episodio singolo, ma di un sistema che interessa parte rilevante del personale femminile.

C’è una copertura, se non complicità, che coinvolge la governance dell’istituto attraverso il ruolo ambiguo dell’uomo di Chiesa posto a capo del Personale. Il film affronta quindi in profondità il tema attuale dell’abuso di potere a sfondo sessuale nei luoghi di lavoro. Ci vuole un personaggio coraggioso e di carattere come Nina per rompere la passività, la rassegnazione e la dipendenza di un ambiente dove la modernizzazione non sembra avere eroso quelle forme di dominio irresponsabile che negli stessi luoghi avevano caratterizzato epoche precedenti.

Sindacati, avvocati e giudici entreranno in scena nella seconda parte del film accompagnando la protagonista verso il riconoscimento dei propri diritti. Lo svolgimento di questa seconda parte è abbastanza prevedibile e non è il caso di richiamarlo nei dettagli. Più interessante potrebbe essere tentare una risposta all’interrogativo che lo stesso Don Roberto a un certo punto si pone: “Quando è cominciato? Quando ci è scappato tutto di mano?”.

La guerra dei mondi

Il film mette in scena in fondo il contrasto che si genera all’intersezione tra due mondi. Il primo è quello di una società evoluta, pluralista, aperta, orizzontale, metropolitana, dove soggetti multipli, sindacalisti, politici, giornalisti, avvocati, magistrati, agiscono e si confrontano sulla base delle rispettive prerogative, ma su un piano paritario in un contesto retto da regole democratiche. Il secondo è la sfera sociale chiusa della gerarchia organizzativa di un istituto di provincia: qui non c’è democrazia, orizzontalità, né parità nelle relazioni.

È interessante che la sceneggiatura abbia combinato il ruolo di Direttore del Personale con la figura di un sacerdote. Don Roberto Ferrari simboleggia la continuità tra un piccolo mondo antico di provincia rurale, dove il carattere autoritario di gerarchie sociali nette e indiscusse era temperato solo dal paternalismo degli uomini di Chiesa, e la modernità emergente dalla mercatizzazione della società. Bebo Storti interpreta magnificamente la pienezza dell’appagamento, quasi dell’entusiasmo, di questo personaggio nel ritrovarsi nei panni un manager di punta, che riveste un ruolo essenziale per un’organizzazione di successo.

Qui Don Roberto trova una nuova legittimità per i canoni tradizionali di autoritarismo e paternalismo, cavalcando l’onda del mercato, del management, dell’aziendalizzazione dei servizi tradizionali. E forse è proprio questa infatuazione narcisista per il ruolo rinnovato che si è saputo conquistare a renderlo cieco verso le devianze del suo Direttore o comunque a minimizzarne la portata. La conseguenza è il suo smarrimento, il senso di aver perso completamente il controllo, quando l’evidenza dei fatti emerge inesorabile.

L’esercizio di potere richiede equilibrio

Per quanto riguarda l’esercizio del potere, le organizzazioni sono spesso sistemi squilibrati dove il management ha la possibilità di condizionare e manipolare i comportamenti dei dipendenti, soprattutto di quelli più deboli in base alle condizioni del mercato del lavoro. Le tutele dipendono soprattutto da fattori esterni, da poteri controbilancianti attivi nel sistema sociale.

Il riconoscimento di una piena ‘cittadinanza aziendale’, se non di una vera e propria democrazia organizzativa viene quindi indirettamente evocato nel toccare il tema delle molestie sessuali in azienda. L’esercizio del potere richiede equilibrio, bilanciamento e l’eccessivo divario non è mai positivo. Chi ne è investito rischia di perdere il senso della realtà, percependosi come l’attore centrale indispensabile di un’intera comunità, indipendentemente da un confronto con chi dipende da lui.

Il riequilibrio, peraltro, può conseguire soltanto da un atteggiamento attivo da parte dei soggetti sfavoriti, come è il caso di Nina che si appassiona al suo lavoro e affronta rischi per conservarlo con dignità. Non si tratta solo di rivendicare diritti, perché una vera ‘cittadinanza aziendale’ presuppone un comportamento impegnato nello svolgere il proprio lavoro con qualità, nel contribuire con intelligenza alla performance organizzativa e nell’assumersi responsabilità.


Gianfranco Rebora

Gianfranco Rebora è Professore ordinario di Organizzazione e Gestione delle risorse umane all’Università LIUC – Cattaneo di Castellanza e Direttore di Sviluppo&Organizzazione. Dirige la rivista Sviluppo&Organizzazione

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