La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Demografia, welfare e sviluppo: una nuova relazione positiva

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Non solo utilizzo della tecnologia, ma soprattutto attenzione alle persone per trasformare in valore aggiunto il fattore umano. È questa la ‘ricetta’ che le aziende – soprattutto le Piccole e medie imprese – dovrebbero adottare per avere successo in questa fase storico-economica.

A sostenerlo è Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore che dal palco dell’evento Wellfeel, Benessere organizzativo e welfare aziendale – organizzato dalla casa editrice ESTE a Milano (12 e 13 giugno) – ha raccontato come sia necessario creare una nuova relazione (positiva) tra welfare e sviluppo.

Recenti studi, infatti, hanno dimostrato che negli Anni 80 i Paesi più sviluppati erano quelli con tassi di natalità più bassi: il welfare ha poi ribaltato la situazione, tanto che oggi chi ha investito in politiche di conciliazione e quindi ha consentito alle donne di avere più figli sono proprio quegli stessi Paesi in grado di guidare la classifica dei più produttivi. In Italia, però, questo scenario non si è verificato, guarda caso per una mancanza di investimenti in welfare.

Osservando la recente storia dell’Italia, il nostro Paese ha assistito a un drammatico crollo della fertilità (da oltre 2,5 figli a 1,35) che si lega all’aumento esponenziale del debito pubblico che oggi è ben oltre il 100% del Prodotto interno lordo. Insomma, dall’epoca del boom economico e del welfare in grado di interpretare le necessità delle persone per costruire un futuro comune si è arrivati a uno scenario del tutto opposto. Questa situazione, secondo Rosina, ci deve imporre di ripensare il sistema di welfare affinché abbia un nuovo impatto sulla società, sulla famiglia e sulle nuove generazioni.

Oggi, infatti, c’è una carenza diffusa di investimenti per la generazione di valore del capitale umano nelle aziende che si associa a un welfare che non sa interpretare i bisogni attuali. La conseguenza? Per l’esperto sono le rinunce micro (percorsi di vita professionali ‘squilibrati’) e macro (evoluzione demografica) che hanno un impatto nella capacità di produrre nuovo benessere.

Scendendo nello specifico, secondo Rosina, ci ritroviamo con sempre meno giovani, che rappresentano la fascia generazionale più produttiva che tradotto vuol dire mancanza di competenze per le aziende. Ma la crescita del nostro Paese dipende proprio da quanto saremo in grado di risolvere questa situazione: per il professore dell’Università Cattolica serve puntare sulla qualità dei giovani che può tamponare la mancanza quantitativa di Millennial.

Un esempio virtuoso viene dalla Germania, Paese da cui abbiamo già preso ispirazione per il piano Industria 4.0 e da cui dovremmo prendere spunto anche sul tema welfare. Berlino partiva da una situazione ben peggiore rispetto a quella di Roma con tassi di natalità inferiori ai nostri (1,29 figli in Germania contro 1.52 in Italia): la soluzione è stata l’investimento nel 2008 in politiche di conciliazione con il miglioramento di servizi e di strumenti per agevolare la fertilità. Il risultato? Dopo 10 anni Berlino ha superato Roma con 1,56 figli per donna contro gli 1,33 in Italia.
L’insegnamento, secondo Rosina, è quindi che se la Germania ha deciso di investire nella famiglia nei momenti di crisi, così non è stato nel nostro Paese con pesanti ripercussioni sulla crescita e sulla produttività.

Proprio questi temi devono essere compresi e declinati dalle aziende, non solo dalle più grandi, spesso abituate a impostare politiche di gestione del welfare in ottica di conciliazione, ma soprattutto dalle PMI che compongono il tessuto produttivo italiano.

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