La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

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Il tempo dei manager etici

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A novembre 1960 Robert McNamara era appena stato promosso Presidente della Ford e guadagnava 800mila dollari l’anno: un formidabile stipendio per questo figlio di un modesto immigrato irlandese, costretto in gioventù a pagarsi gli studi universitari a rate. In quegli stessi giorni venne nominato Presidente degli Usa John Fitzgerald Kennedy che, su suggerimento dei suoi più stretti consiglieri, chiamò McNamara per proporgli di assumere la guida del Ministero della Difesa, per 25mila dollari annui.

Da quel momento sarebbe toccato a lui, che per di più non aveva una gran cultura militare, prendere in mano le redini di una guerra decisa da altri e che non lo avrebbe certo reso popolare ai posteri. È fuori discussione che McNamara operò una scelta da vero ‘civil servant’. Ma fu grazie a esempi come questo che si formò Oltreoceano in quegli anni una classe dirigente in grado di esprimere per i decenni successivi una leadership di livello mondiale.

A 60 anni di distanza prendiamo atto ormai che potere e ricchezza sono l’obiettivo a prescindere, tanto da far pensare che scelte di vita che suggeriscano anche solo un passo di lato in nome di un interesse superiore rappresentino materia di studio per utopisti. Alcune testimonianze del recente convegno di Assoetica sull’etica incarnata ci danno tuttavia speranze per il futuro.

Sentir parlare di “restituzione” non è poi così raro tra coloro che dal lavoro e dalla vita hanno ottenuto benefici: esattamente il contrario di quanto messo in pratica da quei professionisti della consulenza a vita, i quali, pur formalmente pensionati, mantengono per lustri le loro poltrone aziendali rallentando il naturale e necessario ricambio generazionale.

Lodevoli i casi di chi, con spirito civico, mette a disposizione della res publica il proprio sapere e la propria esperienza anche solo per un periodo determinato: Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno, ma storiche resistenze al cambiamento nel pubblico non facilitano un’osmosi che genererebbe vantaggi per tutti. Ma non basta, ahimè!

Il treno delle diseguaglianze viaggia impetuoso e impietoso nel certificare le sempre più cospicue distanze tra il club mondiale dei nuovi ricchi, degli oligarchi, dei supertecnocrati, delle stelle sportive e la middle class del tempo andato, impegnata quotidianamente a combattere per non essere risucchiata dal gorgo delle nuove povertà.

In Italia, dove il problema si tocca sempre di più con mano, manca un vero dibattito sul divario sociale e sulla redistribuzione dei redditi in genere. Qualcuno si chiede se esista e quale possa essere un ‘giusto’ compenso? Viene più comodo delegare a un mercato senza regole e succube tout court del rapporto tra domanda e offerta il compito di stabilire il confine tra ‘i sommersi e i salvati’.

Se poi non dovesse bastare ci penserà la grande finanza, unita alla minaccia delle delocalizzazioni, a battere sul tasto della riduzione del costo del lavoro, leva sempre sicura per ottenere profitti più elevati. Inoltre da tempo la ripartizione della ricchezza premia quasi esclusivamente gli azionisti, molto più sensibili allo stacco di cospicui dividendi anziché a politiche di investimento sul lungo termine.

Ci chiediamo se sia normale che top manager, banchieri e grand commis guadagnino in un anno anche più di 100 volte la media di un neoassunto, senza peraltro rischiare un solo euro del proprio capitale; per non parlare dei loro contratti costellati di clausole di salvaguardia e paracaduti d’oro. E che dire del mondo dello sport, principe incontrastato del grande circo mediatico.

Pur richiamandosi a valori ispirati al fair play e all’uguaglianza, non fa nulla per opporsi alla lievitazione incontrollata degli ingaggi e dei bonus che premiano risultati sovente ben al di sopra della realtà. Per capire con un semplice esempio le paradossali asimmetrie del sistema, basterebbe sommare gli stipendi di 22 calciatori e degli allenatori di due squadre di vertice per ottenere una cifra superiore ai 100 milioni di euro.

È l’equivalente del costo del lavoro di un’azienda di grandi dimensioni obbligata a investire, rischiare, ingegnarsi quotidianamente per garantire, oltre alla propria sopravvivenza, anche quella di centinaia di famiglie. E quando non ce la fa, per un’intera collettività si fa notte.

La buona notizia è che nel mondo del calcio qualcuno è riuscito a cogliere in contropiede un’opinione pubblica già alle prese con le manovre estive di mercato che, come di consueto, parrebbero smentire i buoni propositi di ravvedimento. Rino ‘Ringhio’ Gattuso ha deciso di sciogliere il contratto da allenatore che lo legava al Milan, rinunciando a una buonuscita di oltre 5 milioni, a condizione che quella cifra venisse utilizzata per pagare il suo staff. Una mosca bianca in un mare di squali? Forse. Ma di esempi così sarebbe bello e utile vederne sempre di più.


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Antonio Rinetti

Ex Direttore del Personale di un importante istituto bancario e attualmente Consulente HR. Cura la rubrica 'Essere o non essere' sulla rivista Persone&Conoscenze

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