La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

L’impresa-comunità

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Potere, cultura, lavoro: dalle macerie della guerra Adriano Olivetti estrasse questa triade di fattori che avrebbe trasformato una modesta fabbrica di macchine da scrivere in una fabbrica di prodotti, di idee e di futuro, che un giorno sarebbe giunta a impiegare oltre 30mila persone. Davanti all’incerta soglia di uscita dalla più vasta crisi economica del nostro tempo, ci sarebbe da chiedersi se è cambiato qualcosa nel modo di fare impresa, di stare sul mercato, di organizzare il lavoro: in altri termini se sia servita la dura lezione della finanziarizzazione dell’economia e della logica con la quale solo la cassa a breve termine misura i risultati, oppure stiamo rientrando tutti nei vecchi  panni e negli schemi di sempre.

Nella timida ripresa del ciclo stentiamo a riconoscere il seme di una nuova normalità: tutto sembra essere come  prima, salvo ancora più volatilità nei rapporti di lavoro e il dato di una rassegnata assuefazione della nuova generazione dei Millennial alla provvisorietà dei lavoretti  della Gig economy.  Eppure la potenza di quella triade si rivelerebbe ancora attuale per tentare di aprire uno squarcio nelle nebbie in  cui sembra dissolversi la crisi. Non prendiamo a modello la fabbrica di Olivetti, decisamente superata dalle nuove tecnologie e dall’enorme evoluzione dei processi, delle mentalità e dei territori (intorno a Ivrea ruotava ancora  il mondo contadino). Riprendiamo la potente idea-guida di una fabbrica ‘umanistica’, ad ‘alto equilibrio umano’,  la cui energia vitale non è nei meccanismi organizzativi, né nelle capacità individuali, ma in un semplice sentimento: quello dell’organizzazione come comunità, profondamente inserita nel suo territorio.

Per ripartire non basta rimettere a posto gli ordini e gli incassi; bisogna che l’impresa recuperi la sua anima, si rifondi sui propri valori e li assuma non come maquillage, ma come essenziali  fattori della produzione. La triade intuita da Olivetti può suggerire agli imprenditori e ai manager di oggi una preziosa linea-guida per affrontare la sfida del mercato post-industriale, cioè quella  di un’economia basata su di un mix continuamente variabile di innovazione, digitalizzazione e Rete. Vediamoli nel dettaglio.

Il “potere” è l’essenza del governo aziendale con il quale è prioritario fare i conti per mettere in pratica una concreta politica di Change management. Al di là dei modelli teorici e degli slogan, infatti, il cambiamento passa per una scelta gestionale –netta e senza compromessi–  dell’imprenditore o del capo azienda: togliere il potere dalle mani di capi, protervi detentori del comando e del controllo, per consegnarlo a chi ha la capacità di influenzare positivamente il contesto organizzativo attraverso la guida, l’esempio, la comunicazione e il feedback, la chiara  visione degli obiettivi e dei fini.

La ‘cultura’: non si tratta certo di assumere in fabbrica, come amò fare il buon Olivetti, scrittori e poeti (penso a Volponi, Fortini, Ottieri, Pampaloni) per temperare con l’umanesimo la preponderante valenza tecnologica della produzione. La cultura aziendale non divide i manager tra tecnocrati e umanisti, né può consistere nell’aprire biblioteche e servizi sociali nei luoghi di lavoro: è invece un  modo di essere condiviso, uno stile proprio dell’azienda, che impronta ogni collaboratore in una tensione alla produttività  coniugata con la spinta personale all’autosviluppo. Può essere incentivata con bonus libri (come fanno  Cucinelli o Luxottica) o con iniziative per migliorare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, ma si diffonde  per contagio, si accende e non si riempie con direttive, accordi  sindacali o procedure. Cultura aziendale è riuscire a trasformare il luogo delle operazioni in luogo di ‘coltura’ tanto di risultati che di continuo apprendimento.

Il “lavoro”: la sorgente del valore, non un semplice fattore della produzione da flessibilizzare a piacimento. Nell’impresa che vuole sfuggire alla morsa mortale del breve temine, il lavoro è curato come e più del prodotto. La ‘manutenzione del lavoro’, con tutto ciò che essa implica in termini di motivazione, formazione e fidelizzazione di ogni collaboratore, è la condizione per generare valore, espressione del coraggio all’investimento in luogo dell’ossessione alla continua erosione dei costi. Coraggio di essere ‘datore di lavoro da scegliere’, e dunque di rinunciare alla tentazione del voucher o del tempo determinato continuamente rinnovato, per ridurre al minimo l’area della volatilità dei rapporti umani e investire invece sulla forza della partnership e del senso di appartenenza dei dipendenti. L’impresa-comunità è tutta qui: un’impresa praticabile o un’isola che forse non c’è?

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