La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

contrattazione e welfare

La crescente interdipendenza tra contrattazione e welfare

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Negli anni scorsi è aumentata l’attenzione – degli studiosi e degli operatori – verso l’intreccio crescente tra welfare e contrattazione. Un intreccio interessante perché getta luce su arene di policy fin qui trascurate dal punto di vista della loro interdipendenza, ma potenzialmente importanti e in crescita, specie se considerate insieme e se tra loro effettivamente connesse.

Anche perché questa prospettiva chiama in causa una messa a punto e un ridisegno di tutte le organizzazioni implicate: le organizzazioni sociali (che scrivono i contratti), le organizzazioni di impresa (che li applicano), le organizzazioni pubbliche (che ne possono aiutare la diffusione).

karl polanyi
Karl Polanyi (1886-1964) è stato un sociologo, filosofo, economista e antropologo ungherese

L’ipotesi su cui regge questo contributo è che ci troviamo di fronte a una ‘notevole trasformazione’, per parafrasare il concetto di “grande trasformazione” di Karl Polanyi (1974) che ha preso le mosse negli anni successivi alla grande crisi economico-finanziaria del 2008/2009.

Una crisi che il nostro Paese non ha ancora del tutto riassorbito e che molti – specie tra gli economisti non ortodossi – considerano come la premessa per una nuova stagnazione nei Paesi più avanzati. Ma, al di là del fondamento di simili previsioni, quell’inceppamento delle economie più sviluppate non ha costituito un semplice incidente di percorso. Infatti esso ha reso evidente effetti di lungo periodo, relativi all’oscuramento delle politiche redistributive tradizionali e alla presenza di bisogni sociali insoddisfatti(1).

Di conseguenza ha reso necessario, per gli attori più dinamici e reattivi, la ricerca di nuove strade per favorire il cambiamento delle aziende e il benessere dei lavoratori. Possiamo immaginare una scansione in tre fasi principali delle dinamiche che hanno accompagnato questa crescente interdipendenza tra welfare e contrattazione collettiva.

La prima coincide con la lunga fase del fordismo e si esaurisce negli Anni 70 (la sua lunghezza dipende dalle storie nazionali e spesso oltrepassa i ‘gloriosi 30 anni’). È la fase nella quale si istituzionalizza la contrattazione e prende anche quota nei Paesi del Centro e Nord Europa la pratica degli accordi triangolari.

Dal decollo di questi processi viene una spinta decisa alla crescita del welfare statale, che proprio in quei Paesi assume un connotato largo e universalistico. L’insieme delle politiche sociali – i sistemi di welfare (includendo sia la dimensione pubblico-statuale che quella privata), come li definisce con rigore Paci (1989), diventano un panorama ineludibile delle moderne democrazie europeo-occidentali. Uno degli oggetti privilegiati dell’interventismo dello Stato keynesiano.

fordismoUn’arena autonoma, che nei Paesi nordici occupa una quota rilevante di forza-lavoro, prevalentemente femminile, è impegnata nella manutenzione di questa grande macchina, anche burocratica, dei servizi sociali. Quindi la contrattazione ha svolto un ruolo rilevante nella genesi del fenomeno dello Stato sociale. Ma, una volta messa in moto, la macchina si è progressivamente autonomizzata.

In questo periodo, dopo l’iniziale svolta che viene impressa dai Governi laburisti e socialdemocratici, tutti i Governi dell’Europa occidentale investono in modo crescente nella spesa sociale. Quella macchina dunque si auto-alimenta e non ha più bisogno della sponda contrattuale.

La seconda fase invece si manifesta durante il lungo ciclo post-fordista e neo-liberista che prende forma, a partire dai Paesi anglosassoni, negli Anni 80(2). Si tratta di un periodo che mette in discussione l’interventismo pubblico in economia e la crescita ininterrotta della spesa sociale.

Ma i sistemi di welfare, ormai connotato strutturale della vita sociale, mantengono inerzialmente la loro presenza e mostrano anche una relativa rigidità dei costi. Entrambe le arene – del welfare e della contrattazione – restano importanti, ma nella sostanza entrano in una fase difensiva.

Dopo l’espansione dei decenni precedenti, l’affermazione dell’economia dell’informazione (solo in parte industriale) spinge in direzione di una faticosa opera di manutenzione, che si svolge però all’interno delle linee tracciate in precedenza. È l’epoca in cui aumentano le responsabilità delle grandi organizzazioni di rappresentanza, spesso in triangolazione con lo Stato, nel tentativo di trovare la maniera migliore per fronteggiare un orizzonte più denso di vincoli, mediante il ricorso a politiche dei redditi efficaci nel tenere sotto controllo i costi.

Durante questa seconda fase l’interscambio tra le due arene è limitato. Esse svolgono funzioni specialistiche che si integrano, ma che si sviluppano lungo binari separati. Anche l’idea di utilizzare la contrattazione aziendale come traino di alcune misure sociali, specie di carattere territoriale, diventa via via più evanescente.

contrattazioneQuesto ritratto viene scosso e rimesso in moto nel corso della terza fase, che si dipana a ridosso della crisi finanziaria (a partire dal 2008). La crisi infatti, rimescola le carte e pressa tutti gli attori a cercare nuove soluzioni. L’assenza di inflazione e i problemi di competitività, accompagnati dalla scarsità del lavoro, danno maggiore priorità ai nodi dell’innovazione e del benessere organizzativo.

Le imprese più avvertite e i loro manager riscoprono la rilevanza del cambiamento organizzativo, spesso accompagnato o trascinato dall’adozione di innovative tecnologie, come vettore di un ‘nuovo scambio’ dentro le aziende. Uno scambio tra maggiore produttività e maggiore qualità del lavoro, aiutato da miglioramenti interni all’azienda, anche di natura ergonomica, e offre benefici spendibili all’esterno, come pacchetti di welfare aziendale.

Uno scambio diverso da quello del passato che ruotava principalmente intorno alle materie retributive, ma altrettanto rilevante ai fini del rafforzamento della logica di regolazione bilaterale – condivisa e reciprocamente soddisfacente – delle relazioni industriali. Fin qui lo scambio è stato trainato dai manager e ha spostato in prima luce – in luogo delle grandi organizzazioni nazionali – il ruolo degli attori che operano in ambito ‘micro’.

In questo senso la prima a mettersi in moto è stata l’iniziativa manageriale, che a sua volta ha svolto un ruolo di stimolo verso i sindacati, dato il gradimento manifestato generalmente dai lavoratori verso le misure prospettate dalle aziende. Ma soprattutto questo processo, innescato da meno di un decennio, mette in luce potenzialità inespresse, che riguardano tanto la configurazione di nuove aree per l’azione contrattuale, quanto la crescita del welfare fuori dell’ombrello statale, ma comunque dentro una chiara connotazione sociale e tendenzialmente pubblica.

contrattazioneIl processo è ancora in corso e può essere affinato, generalizzato e stabilizzato. Dalla sua evoluzione emerge un primo abbozzo dello scambio possibile, ma si intravedono anche le asimmetrie da superare e le opportunità da cogliere(3).

Un aspetto che emerge subito riguarda la frattura tra comportamenti e decisioni ‘micro’, presi in ambito aziendale o qualche volta locale-territoriale, e i comportamenti ‘macro’. Mentre in ambito micro le persone e le organizzazioni si sono mosse con maggiore agilità e maggior spirito d’innovazione, questa attitudine si è rivelata fin qui deficitaria a livello generale.

Le grandi organizzazioni sindacali hanno stentato a mettersi in sintonia con le implicazioni del welfare contrattuale, per assecondarlo e generalizzarne la portata. Non hanno operato azioni di contrasto, ma neppure chiare strategie di rafforzamento. Una novità importante è intervenuta con la firma, a novembre 2016, del contratto nazionale dei metalmeccanici che istituzionalizza a livello di settore alcune misure di welfare integrativo.

Su questo aspetto, come vedremo meglio nel terzo paragrafo, anche il Governo ha giocato un ruolo importante, in particolare con l’introduzione di alcune misure fiscali e contributive. Non si tratta più quindi, di un processo esclusivamente bilaterale, ma di un processo nel quale entra in gioco un terzo attore, quello pubblico, che motiva gli interessi di imprese e lavoratori e spinge tanto le associazioni datoriali che quelle sindacali a impegnarsi più attivamente nel suo sviluppo.

Si tratta dell’apertura di una strada, per certi versi imprevista, che potrebbe essere promettente e favorire impatti su più larga scala e a base più universalista dei pacchetti di welfare contrattuale. Le esperienze che hanno preso forma nell’ultimo decennio, per quanto spesso in modo torrenziale e non strutturato, hanno portato ad acquisizioni che sono destinate comunque a durare.

Le misure di welfare contrattuale adottate – varie e ampie (Treu, 2016) – incontrano in modo significativo il favore dei diretti interessati e questo spiega perché, nelle aziende dove vengono messe in opera, esse tendono a restare stabilmente in campo. Rimane aperto l’interrogativo sul ruolo che le grandi organizzazioni di rappresentanza possono svolgere e di come intendano concretamente perseguirlo.


1 Esiste un’ampia letteratura su questo tema. Per una breve sintesi dei principali e più recenti studi sui cambiamenti del welfare italiano si veda Ambra (2016). Per un approfondimento sulla crisi del welfare state in Europa si veda Saraceno (2013) e Ferrera (2013). Sul ‘secondo welfare’ si veda Ferrera e Maino (2013; 2015).

2 Qui usiamo per ragioni di comodo definizioni e concetti semplificati, per non entrare dentro una discussione che ha prodotto un grande esercizio classificatorio intorno ai caratteri del ‘post-fordismo’. Anche le scansioni temporali sono largamente stilizzate. Per un’analisi più sofisticata si veda Streeck (2013).

3 Sulle distorsioni funzionali, distributive e territoriali si veda Ascoli (2011), Pavolini et al. (2013) e Agostini e Ascoli (2014).

Per leggere l’articolo completo, pubblicato sul numero di Ottobre/Novembre 2017 di Sviluppo&Organizzazione acquista la versione .pdf scrivendo a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434419)


Maria Concetta Ambra e Mimmo Carrieri

Maria Concetta Ambra, Assegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Studi Sociali ed Economici (Disse) dell’Università La Sapienza di Roma Mimmo Carrieri, Professore Ordinario di Sociologia Economica e del Lavoro presso il Dipartimento di Studi Sociali ed Economici (Disse) dell’Università La Sapienza di Roma

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