La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

dignità

La dignità è l’essenziale invisibile agli occhi

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Erano trascorsi ormai più di due mesi da quando l’ennesima modifica organizzativa del Gruppo mi aveva lasciato sospeso, cancellando la mia posizione e mettendomi in attesa di un nuovo incarico. Qualcuno aveva usato il termine ‘a disposizione’ presso la Corporate. Ma le parole in ‘aziendalese’ hanno quasi sempre un significato ambiguo.

Più il tempo passava, più la verità prendeva la forma dei miei dubbi: da una parte di me non sapevano che farsene, dall’altra non potevano darmi il benservito come un bell’abito da dismettere, dopo averlo usato per lustri con comodità e orgoglio. ‘A disposizione’ significava dunque questo. E si concretizzava in un susseguirsi di giornate interminabili trascorse nel palazzo di cristallo, vagando nei corridoi o in qualche sala riunioni vuota.

Situazioni inerziali, a volte interrotte dall’incontro occasionale con qualche collega che, con finta cortesia, mostrava di volersi informare e al quale dovevi rispondere, indossando ancora una volta la maschera della sicumera del manager di lungo corso. Fino a quando un giorno non mi resi conto di essermi quasi assuefatto a questa condizione.

Mi stavo trasformando in un uomo-pianta, un essere vegetale che faceva arredo. Quel giorno ebbi un sussulto, come svegliandomi all’improvviso da un incubo. Sgranai gli occhi e ripassai a una a una le precise parole con cui il Direttore Centrale del Personale mi aveva prospettato il nuovo incarico, i cui tempi sarebbero dipesi però dalle decisioni dell’Amministratore Delegato dell’azienda a cui sare istato destinato.

Realizzai che la fine del mio limbo era nelle sue mani. Dovevo incontrarlo di persona, farmi conoscere, affrontarlo io stesso. E chiesi l’appuntamento che mi fu concesso la settimana successiva. Quando fui al suo cospetto, mi accolse subito con il ‘tu’ che si dà per sovranità e non per colleganza, mentre io continuai a rivolgermi a lui, con gerarchica deferenza, usando il ‘lei’.

Gli esposi le mie competenze, gli raccontai con passione le esperienze acquisite in Italia e all’estero negli incarichi precedenti, gli rappresentai infine il mio disagio per la situazione di prolungata attesa in cui versavo nei corridoi del palazzo di cristallo. Annuiva mentre mi ascoltava. Poi si stirò indietro sulla poltrona di pelle, allungò una mano per staccare una fogliolina secca dal ficus e mi rassicurò: “Vedrà”, disse mentre si alzava per accompagnarmi cortesemente alla porta, “tutto si risolve”. “La prego, che sia il prima possibile”, lo supplicai nel salutarlo. Lui si fermò un attimo, mi guardò negli occhi e a bruciapelo mi disse: “Senti, ma tu lo stipendio lo prendi?”. “Sì”, risposi con una punta distupore. “E allora caro, qual è il problema?”. La dignità è il problema.

Non è un concetto astratto, la dignità è qualcosa che senti sulla pelle. Non te la dà né un contratto di lavoro a tempo indeterminato né una retribuzione robusta e gratificante, entrambe condizioni di cui io godevo. La dignità del lavoro è innanzitutto il lavoro. Un lavoro che ti colloca in un posto, in un team, in un progetto, non importa se di prestigio o meno. Ma ti colloca. E soprattutto ti rende visibile. Forse non essenziale all’organizzazione, ma essenziale a te stesso: “L’essenziale è invisibile agli occhi”, disse il Piccolo principe.

Nella dignità del lavoro l’essenziale è riuscire a vedersi fuori, nelle relazioni come nell’esecuzione di una qualunque opera, come ti vedi dentro. È per questo che alla dignità non basta prendere lo stipendio, ma richiede che non ti sia tolta l’anima. Come dice Libertino Faussone, detto Tino, il montatore di tralicci ne La chiave a stella, narrata da Primo Levi: “Io, l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore”.

Un Capo Azienda e un Direttore del Personale dovrebbero saperlo, e riuscire a vedere l’essenziale, non solo nel business, ma in ogni collaboratore. Dignity care potremmo chiamarla, la chiave a stella di ognuno che in azienda abbia la responsabilità di gestire persone: la competenza più elevata e più necessaria perché ad altissimo impatto con il business.

Non si acquisisce con un Master in Business Administration, né si traduce mettendo in campo i migliori sistemi di compensation e di welfare, che restano politiche necessarie, ma non sufficienti se non sono ancorate al valore ‘kantiano’ della persona come fine e non come mezzo: un valore che si coltiva solo nell’educazione alla responsabilità, scavando dentro di sé. È lì che si trova la chiave a stella per fare l’impresa. L’unica che riesce a trasformare l’io in noi. Invisibile come l’essenziale.

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