La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Le rigidità organizzative delle imprese allontanano la responsabilità del singolo

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È in generale ripetuto da tutti, e insieme è esperienza quotidiana di ciascuno di noi, che in questi anni ci ritroviamo esposti a cambiamenti epocali che stanno stravolgendo i nostri piccoli mondi, interazioni familiari e amicali, ritmi e orari, abitudini igieniche, alimentari, di consumo, di tempo libero.

Si vanno moltiplicando organizzazioni che interagendo con le trasformazioni sociali offrono nuovi servizi che possano rispondere a nuove esigenze, a nuove difficoltà e che al contempo rispondano a cresciute e crescenti attese di essere riconosciuti come cittadini, rispettati e soddisfatti, di ottenere quel che può facilitare un ‘ben-vivere’, ‘ben-essere’.

In particolare, grazie all’allungarsi della vita media e agli straordinari progressi della medicina, è sempre più ampio il numero di persone che per il naturale avanzare dell’età, per essere portatori di qualche patologia cronica o di qualche disabilità richiede interventi sanitari di assistenza e cura rivolti al mantenimento di adeguate, soddisfacenti condizioni di vita e di partecipazione sociale, più che alla eliminazione di patologie o all’effettiva guarigione.

Non a caso si va diffondendo per questi servizi la denominazione di “servizi sociosanitari”: l’aggettivazione richiama come accanto a modalità collaudate di lavoro, strutturate dalle varie discipline mediche, vada riservata specifica attenzione ai contenuti sociali, ovvero relazionali, affettivi, emotivi.

Aziende ‘no profit’ con impostazione ‘profit’

Le organizzazioni entro cui sono collocati e funzionano questi servizi stanno moltiplicandosi nel nostro Paese, soprattutto nelle regioni settentrionali: si amplia la domanda per cui si attiva l’offerta sia attraverso un crescente numero di strutture residenziali e diurne, sia attraverso configurazioni sempre più vaste che impiegano centinaia (e anche migliaia) di lavoratori, in centri dislocati in varie sedi e anche in territori differenti.

Spesso, forse quasi sempre, sono enti fondati a fine Ottocento o nei primi anni del Novecento, collegati a congregazioni religiose o nati da iniziative cittadine di benefattori laici preoccupati di fornire ricoveri per la popolazione non abbiente in condizioni di malattia e indigenza. Dal punto di vista finanziario spesso possono contare su patrimoni consistenti accumulati attraverso lasciti e donazioni (anche se non sempre gestiti in modo oculato). Contano poi su convenzioni con le amministrazioni locali.

Dal punto di vista giuridico o amministrativo sono per lo più fondazioni o cooperative, ma nell’impostazione organizzativa sono e intendono essere a tutti gli effetti aziende, con un Consiglio di Amministrazione, Direzione Generale e Sanitaria, Uffici Amministrativi, Risorse Umane.

Nel contesto sociale appartengono all’area del cosiddetto ‘no profit’, ma nel funzionamento interno vengono ripresi criteri e definizioni che caratterizzano le aziende ‘profit’, e questi per molti aspetti diventano i cardini su cui poggiano decisioni volte a introdurre razionalizzazioni ed evoluzioni organizzative, che sono più o meno imposte da nuove normative, da avvicendamenti e turnover del personale, da incidenti e imprevisti vari.

Il lavoro in questi servizi ha contenuti complessi che tradizionalmente sono ben poco considerati nella loro specificità, perché vengono inglobati entro rappresentazioni semplificate, che mettono in evidenza azioni e operazioni banali, ripetitive, praticabili con competenze generiche, possedute da qualunque donna viva in una famiglia e in una casa, accompagnate da modi educati, gentilezza, pazienza, attenzione.

Così si conferma l’immagine più tradizionale della donna al lavoro, con tutto quello che questo trascina in termini di sfruttamento e sottomissione. Si diffonde quindi l’idea che si tratti di lavoro poco qualificato, accessibile senza particolari selezioni, raggiungibile anche da emigranti da Paesi lontani: idea confermata anche da retribuzioni modeste, da forme di appalto che permettono contratti temporanei e precari e da scarsi investimenti in formazione professionale.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Aprile 2019 di Persone&Conoscenze.
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