La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

L’ex fabbrica diventa coworking, gli spazi della meglio gioventù

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Dove prima c’erano i macchinari, oggi ci sono lunghe scrivanie da condividere. Nel vecchio locale mensa c’è un’area relax con poltrone e biliardini. Le sale riunioni? Occupano quelli che erano gli uffici dei dirigenti. L’ambiente, esteticamente, spesso rimane lo stesso: grandi loft, vetrate ampie, dettagli in stile post-industriale. Perché quello erano: fabbriche.

Oggi che molti di questi ex complessi industriali sono rinati come coworking, la loro storia non viene nascosta, anzi, è valorizzata con orgoglio. Perché la chiusura di un’azienda, per scelta o necessità, provoca inevitabilmente una ferita nel territorio e fa venire meno un pezzo di identità locale. Ma se quegli stessi spazi sono in grado di reinventarsi come luoghi di lavoro condiviso e di trasformare il trauma in un’occasione di rilancio per la comunità, allora il gioco è fatto.

In Italia i primi coworking sono comparsi una decina di anni fa: oggi ci lavorano migliaia di freelance, grafici, comunicatori, startupper. Come emerge dagli studi condotti sul campo, si tratta per lo più di 30-40enni, generalmente molto titolati e con altri percorsi di sperimentazione professionale alle spalle, desiderosi di aprire un’attività imprenditoriale, ma impossibilitati a farlo da soli.

Il coworking nasce proprio per rispondere a questa esigenza: quella di quanti non possono (o non vogliono) permettersi un ufficio in proprio e scelgono di condividere lo spazio con altri. Meno costi e più possibilità di fare network: i vantaggi sono innegabili. Oggi nel nostro Paese ci sono oltre 660 realtà di questo tipo sparse da Nord a Sud, isole comprese.

A contarle è stato GoDesk, spazio di coworking e incubatore d’impresa di Potenza che nel 2018 ha realizzato il primo report sui coworking italiani. Dai dati contenuti nella Italian Coworking Survey 2018 si vede che il trend è in crescita: a fine 2017 gli uffici condivisi erano poco più di 500. Oggi realtà di questo tipo iniziano ad affacciarsi anche nei comuni più piccoli, spinti da gruppi di freelance o da aziende più strutturate.

Oltre il posto di lavoro

Un quarto degli spazi di coworking italiani si trova in Lombardia. Milano non poteva che essere la capofila di questo processo di riqualificazione: la sua storia produttiva, con le tante fabbriche dismesse che attendono di trovare una nuova destinazione, unita al costo della vita più alto della media nazionale la rendono il luogo ideale per il proliferare di questo nuovo stile lavorativo. Gli esempi si sprecano.

Una prima tappa la si può fare nel quartiere di Lambrate, dove aveva sede Brionvega: lì sono state disegnate le prime radio e televisioni Made in Italy. Oggi l’edificio al civico 61/A è tornato a suo modo a produrre idee e ricchezza: vi ha trovato casa Barra A (dal civico, appunto), il coworking di Avanzi, realtà che da più di 20 anni aiuta imprese, associazioni e istituzioni a operare nel segno dello sviluppo sostenibile.

In verità quello di Avanzi non è solo un coworking, ma è anche una location per eventi, un polo culturale, un luogo in cui fare rete e favorire la contaminazione tra le varie esperienze. I numeri sono questi: 1.000 metri quadri di spazio, 55 postazioni singole, tre sale riunioni e un open space. Una concezione più ampia del posto di lavoro che non è rara: è la stessa che ha guidato Davide Dattoli nella creazione del suo network di coworking, Talent Garden, impresa che gli è di recente valsa un posto nella lista degli Under 30 più influenti stilata dalla rivista Forbes.

Uno dei suoi due Tag milanesi si trova in zona Porta Romana, in quella che era una storica tipografia meneghina (lì furono stampati nel 1842 i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni). Dopo la chiusura l’edificio fu ristrutturato e utilizzato come showroom. Oggi la grande struttura, 8.500 metri quadrati, ospita 450 professionisti 24 ore su 24. Ma ha anche un fitto calendario con centinaia di eventi all’anno, oltre a ospitare al proprio interno la Innovation School, il ramo specializzato in formazione digitale di Talent Garden.

L’immaginario tour milanese, infine, non può non fare tappa nel quartiere dell’Ortica, dove c’è un altro polo industriale riconvertito a nuova vita lavorativa: Richard Ginori. L’area dismessa della vecchia fabbrica di ceramiche e porcellane, che lì ha chiuso nel 1986 (l’altro sito produttivo era sul Naviglio Grande), si è trasformata completamente diventando oggi un complesso di loft esclusivi. All’interno degli spazi, che hanno mantenuto esternamente l’impronta originaria, c’è Clock Studio, coworking nato all’interno di un centro di produzione digitale.

Duecento metri quadrati dedicati agli appassionati di video e musica, ma non solo: nell’open space ci lavorano le figure più diverse. Clock Studio fa parte di Cowo, la prima rete italiana di coworking che oggi riunisce un centinaio di realtà coprendo quasi tutte le regioni.

Nata a Milano, l’idea di Cowo è stata partorita dalle menti di Laura Coppola e Massimo Carraro, due comunicatori che hanno aperto i loro uffici nel 2008 proprio in un coworking: da allora non hanno più smesso di inaugurare nuovi spazi di lavoro condiviso e di aiutare chi vuole lanciare il proprio coworking a farlo. D’altronde, come ricorda Elena Granata, Docente di Urbanistica al Politecnico di Milano ed esperta di spazi di lavoro, la crisi industriale in Italia risale ormai a una quindicina di anni fa, e da allora si è messo in moto un lento, ma reale, processo di recupero dei manufatti.

Nei casi più felici questa trasformazione ha portato all’apertura dei coworking. “Questo ha delle ripercussioni positive non solo sull’individuo che ci va a lavorare, ma anche sul territorio, perché avere un catalizzatore di energie giovani, di cooperative e di imprese sociali in quello che era un luogo abbandonato è fondamentale. Di solito non c’è un nesso specifico tra l’attività industriale, spesso manifatturiera, che veniva svolta prima, e quella nuova, che solitamente riguarda il terzo settore o, al massimo, nuove forme di artigianato digitale. Ma si tratta comunque di reinventare il lavoro”.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Aprile 2019 di Persone&Conoscenze.
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