La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Mercato del lavoro, crescono i dipendenti

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In Italia la seconda recessione dall’inizio della crisi è alle spalle. Il Pil italiano, in volume, è tornato a crescere, lentamente ma senza interruzioni, da inizio 2015. Attualmente siamo ancora ben lontani dai livelli pre-crisi (-7,4% rispetto a inizio 2008), ma con il 2017 inizia comunque a materializzarsi la possibilità di un quarto anno di ripresa della nostra economia; nel primo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, mentre è salito dello 0,8% sullo stesso periodo del 2016.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, secondo i dati Istat della rilevazione sulle Forze Lavoro nel 2016, l’occupazione è cresciuta per il terzo anno consecutivo, a ritmi più sostenuti rispetto al 2015 (+1,3%), portando il tasso di occupazione al 57,2%. In media d’anno gli occupati sono risultati 22,7 milioni, al livello più alto dall’inizio della crisi economica. Anche il tasso di disoccupazione – all’11,7% – risulta il più basso degli ultimi quattro anni.

La crescita dell’occupazione è una tendenza che prosegue ormai da due anni; l’inversione rispetto al precedente lungo periodo di pressoché continua contrazione della domanda di lavoro (che aveva comportato un calo di circa un milione di occupati), è avvenuta tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014; tra il 2015 e il 2016 vi è stata una accelerazione e ora si può dire che si è almeno recuperato quanto perso nella seconda fase (2011-2013) della grande crisi. Tutto il recupero occupazionale è attribuibile al lavoro dipendente; complessivamente i dipendenti nel 2016 sono ritornati infatti al livello osservato nel 2008, al culmine dell’espansione occupazionale degli Anni 2000.

Ciò non significa, tuttavia, che si sia riprodotta la medesima composizione di allora per settori, orari, tipologie contrattuali. I cambiamenti sono stati di assoluto rilievo sia sotto il profilo strutturale (minor peso dell’industria in primo luogo) sia per quanto riguarda le modalità di impiego, come in particolare la maggior incidenza del part-time, passato per i dipendenti, tra il 2008 e il 2016, dal 15 al 20%.

Del tutto insensibile a ogni accenno di ripresa si è dimostrato invece l’insieme dell’occupazione indipendente, per la quale il declino, già visibile prima del 2008, non si è praticamente mai arrestato. Tra le possibili ragioni di tale diminuzione potrebbe essere individuata quella della stretta sulle “false partite Iva” prevista dalla riforma Fornero e riconfermata poi dal Jobs Act, ma non bisogna dimenticare che la diminuzione dei lavoratori autonomi è una costante ormai da oltre 10 anni.

Le tendenze descritte sono riconducibili in gran parte al fatto che il 2015 e il 2016 sono stati due anni in cui grazie a politiche mirate l’occupazione è stata particolarmente incentivata. Ci si riferisce in particolare agli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato: nel 2015 la decontribuzione è stata totale e di durata triennale; l’anno successivo la misura è stata riconfermata anche se ridotta di importo e durata. Nel biennio 2015-2016 ciò ha rappresentato un forte stimolo per l’occupazione e la parte più consistente della crescita si è concentrata nel lavoro dipendente a tempo indeterminato. D’altro canto, anche il lavoro a tempo determinato mostra un trend crescente.

Negli ultimi anni l’incidenza del lavoro a termine è rimasta sostanzialmente inalterata, attorno al 13- 14% dell’occupazione dipendente. Probabilmente le incertezze legate all’intensità della ripresa economica, inducono le imprese a preferire un tipo di occupazione che non le vicoli nel lungo periodo, nonostante la presenza nel biennio 2015-2016 di importanti sgravi sulle assunzioni a tempo indeterminato e l’introduzione del contratto a tutele crescenti che, rispetto al precedente contratto a tempo indeterminato, si caratterizza per una maggiore flessibilità in uscita. Il trend positivo del mercato del lavoro dovrebbe proseguire anche nella prima parte del 2017. Secondo i dati più recenti dell’Istat, nei primi tre mesi dell’anno l’occupazione ha continuato a espandersi, nonostante il venir meno degli sgravi contributivi alla fine del 2016. In particolare, l’occupazione alle dipendenze è aumentata nella componente a termine, mentre si è stabilizzata quella a tempo indeterminato (+7,3 e +0,7% rispetto al primo trimestre 2016).

Il confronto con i dati amministrativi dell’Inps relativi al flusso di assunzioni e cessazioni consente di precisare ulteriormente la natura della crescita occupazionale osservata per i dipendenti nel 2016. Quest’ultima non è stata altro che la conseguenza, il consolidamento, di quanto accaduto nel 2015 quando è stato registrato un così consistente flusso di assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato – trainato soprattutto dalla decontribuzione – tale per cui gli effetti si sono riversati velocemente anche sui dati aggregati (volume di occupati e tasso di occupazione). Tuttavia, dall’analisi dei dati sui flussi di assunzioni, cessazioni e trasformazioni emerge che nel 2016 i contratti a tempo indeterminato si sono ridotti rispetto al 2014 e che, dopo il picco di assunzioni stabili registrate nel 2015, sono ora in forte crescita le assunzioni a termine.

Considerando le sole assunzioni a tempo indeterminato, emerge che da una parte si è avuto un loro incremento, pari al 59%, nel 2015 rispetto all’anno precedente, dall’altra che tra il 2016 e il 2015 il numero di attivazioni di contratti “a tutele crescenti” si è ridotto del 38% (bisogna ricordare infatti che la nuova tipologia di contratto a tempo indeterminato introdotta dal Jobs Act è attiva da marzo 2015). Addirittura, nonostante gli sgravi contributivi ancora attivi nel 2016 (seppur in misura ridotta rispetto al 2015), il numero di contratti a tutele crescenti attivati nel 2016 (1,26 milioni) risulta leggermente inferiore a quello dei contratti a tempo indeterminato del 2014 (1,27 milioni).

Il secondo elemento che emerge è che le assunzioni a termine risultano invece in evidente crescita: i dati dell’Inps registrano 3,36 milioni di contratti a termine attivati nel 2014, 3,46 milioni nel 2015 e ben 3,74 milioni nel 2016. Ciò significa che rispetto al numero complessivo di nuove assunzioni nel settore privato, la quota di attivazioni mediante il contratto a tutele crescenti è risultata del 21,8% nel 2016, mentre nel 2014 la quota di assunzioni mediante il vecchio contratto a tempo indeterminato era del 23,4 %. Le assunzioni a termine, dopo un calo dovuto essenzialmente alla decontribuzione piena sulle nuove assunzioni stabili avvenute nel corso del 2015, sono risultate invece in forte aumento nel 2016 e rappresentano la netta maggioranza (quasi il 65%) delle nuove assunzioni nel mercato del lavoro italiano.

Se infine si calcola il saldo tra assunzioni, trasformazioni e cessazioni relativo alle posizioni a tempo indeterminato si osserva chiaramente che dopo un incremento nel 2015 di oltre 900mila nuovi contratti, un anno dopo la variazione netta è scesa drasticamente a sole 82 mila unità. Se non si includessero le trasformazioni, il dato nel 2016 sarebbe addirittura negativo e simile al livello del 2014: risulterebbe anzi inferiore al livello del “vecchio” contratto a tempo indeterminato. I dati più recenti evidenziano un saldo positivo per i primi tre mesi del 2017 (+379mila nuovi contratti di lavoro). Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+22mila), dei contratti di apprendistato (+40mila) e dei contratti a tempo determinato (+315mila, inclusi i contratti stagionali). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti.

 


Marina Barbini

Marina Barbini è Ricercatrice presso REF Ricerche dove lavora nell’area Previsioni e Analisi macroeconomiche, occupandosi di tematiche relative al mercato del lavoro italiano.

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