La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Un nuovo umanesimo organizzativo. Da personale a persone che lavorano

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di Renato Di Nubila

Se è vero che le persone fanno la differenza nelle organizzazioni, possiamo allora provare a interrogarci se ancora abbiano senso etichette, procedure nominali per ruoli e funzioni consolidate. Ci riferiamo ai termini di “personale”, “dipendenti”, “impiegati” e “risorse umane”. Il nuovo senso dell’organizzazione neo-umanistica colloca la persona nella sua totalità al centro della scena e in direzione della produttività, della qualità e della capacità dell’innovazione.

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 “La differenza tra l’oasi e il deserto non sta nell’acqua, ma nelle persone”, dice un vecchio proverbio arabo, alludendo alla multiforme diversità di percezione e di modo di sentire che connota ogni persona. Connotazione che va sempre più emergendo nella nostra società, nella caduta dei tradizionali confini fisici, culturali e antropologici, ma anche nella volontà di ogni essere di distinguersi, di contare di più e di sapere di più. Tuttavia l’aspetto più significativo per ogni persona è forse la capacità di intraprendere e di “mettere mano all’aratro” per solcare campi nuovi, nella consapevolezza di diritti e di doveri da affermare e da seguire. Colpisce, in questo senso, un’espressione dell’antico linguaggio giuridico tedesco: “Ho il diritto… di sentirmi in dovere di…”, in un ossimoro quasi incomprensibile. Un esempio che chiarisce la forte emergenza che il concetto di persona sta avendo nella cultura antropologica moderna, senza voler snobbare il concetto di individuo, ma per completarne il valore semantico, insieme con il senso di una socialità che, già per Jacques Maritain, con l’individualità, segna i fattori portanti del concetto di persona.
È opportuno notare che il tema della persona è di competenza dell’antropologia, dell’etica e della metafisica; quello dell’individuo, riguarda l’esperienza, la storia, l’arte e la logica.
Intanto, per stabilire un immediato contatto tra i due termini, possiamo logicamente dire che la persona è un individuo della specie umana. Senza voler ricostruire il lungo iter storico della concezione personalistica, è sufficiente richiamare le recenti posizioni del pensiero laico e cristiano sulla questione. Si sa, l’illuminismo nella sua visione filosofica ha preferito fare una scelta determinata sul valore dell’individuo, quale entità indivisibile, un essere umano sussistente o atto a sussistere.
La nozione di persona, secondo il filosofo John Locke, è un’idea di relazione fra l’io presente e l’io passato, in cui non si è più personaggi con un copione da seguire, ma responsabili diretti della propria vita.
Immanuel Kant volle sottolineare nella persona, la responsabilità di essere portatrice della legge morale e in grado di essere autonoma; fino a ribadire il perché l’uomo-persona sia degno di rispetto, dotato di dignità.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, invece, indicava con il nome di persona, l’individuo detentore di diritti e, in particolare, del diritto privato. Gli fece eco il filosofo Antonio Rosmini che, in un’espressione scultorea, definì la persona “il diritto sussistente”.
Nella seconda metà dell’Ottocento e nel primo Novecento, il rapporto tra la persona e l’individuo offre abbondante materia di riflessione e di discussione, considerando la sua importanza per la nostra esistenza umana e per i rapporti sociali. Si è così giunti a intendere il mondo come un correlato della persona, con una forte corrispondenza fra ogni persona e il suo proprio mondo, sul quale vuole intervenire. In questo senso, il termine “persona” viene visto sempre più con positivo spirito laico, con forte accento antropologico, comprensivo delle diverse dimensioni che intercettano la vita di un individuo.
Fu Emmanuel Mounier a dare vita a una corrente di pensiero sul personalismo, con grande impegno per l’esistenza di persone libere e creatrici e guardando alla persona come “un assoluto umano” e come “volume totale dell’uomo”.

La persona nell’organizzazione del lavoro di ieri e di oggi
La relazione tra la persona e le organizzazioni è andata sempre più integrandosi, passando per gli stadi evolutivi della concezione del lavoro. Un’evoluzione piuttosto lenta nel passato: dal lavoro “sudore della tua fronte”, come punizione e condanna per gli schiavi, come necessità di sopravvivenza, a strumento di produzione e di riscatto, fino al passaggio nel quale San Benedetto abbina l’ora et labora, la preghiera e il lavoro per i suoi monaci.
Pochi, in quei tempi, i tentativi per superare la pesante eredità della schiavitù. Piace qui ricordare un intervento, raro per quei tempi, di Seneca nella Epistola 47 a Lucilio in cui scriveva: “Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione”.1 Sono passaggi memorabili della cultura romana più sensibile a questi temi.
Tuttavia la vera trasformazione inizia nel nostro Rinascimento e con la modernità. Il lavoro comincia a configurarsi anche come arte e come creatività geniale. Sarà Adam Smith a parlare del valore del lavoro, sviluppato poi più in profondità da David Ricardo quando sosteneva che tutti i costi di produzione sono costi del lavoro; mentre Karl Marx denunciava l’alienazione che può derivarne. Sarà Émile Durkheim a distinguere nel lavoro i settori produttivi e quelli professionali, con il supporto della solidarietà sociale. A George Friedman il merito di aver spostato l’attenzione sul soggetto che lavora e sulla sua voglia di autonoma responsabilità, per esprimere la volontà di adattare il ruolo dei committenti e degli esecutori che insieme producono ricchezza.
Si arrivò alla determinazione dell’organizzazione scientifica del lavoro in Frederick Winslow Taylor, pur rischiando critiche da parte di quanti vedevano l’alienazione dell’operaio come effetto della sua subordinazione ai ritmi disumani e ripetitivi della macchina. Si sviluppava così in modo evidente, davanti alla catena di montaggio di stampo fordista, la demotivazione dell’operaio e la sua voglia di riscatto sociale. Siamo alla formalizzazione del mercato del lavoro con la netta separazione tra chi domanda lavoro e chi lo offre e all’accelerazione dell’evoluzione del concetto di lavoro, anche se ancora con forme opprimenti: lavoro minorile, tempi e regole senza definizione. Di qui, l’urgente pressione per i nuovi movimenti politici e sindacali per una lotta coraggiosa di riscatto sociale e di più umana considerazione del soggetto che lavora. Nel tempo, anche questo soggetto acquista maggiore consapevolezza per rispondere alle pressioni innovative. All’indomani del secondo conflitto mondiale, la questione-lavoro esplode in tutta la sua portata sociale. 

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