La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Numero occupati a livelli pre-crisi, ma crescono solo i precari

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Il grafico mostra l’impennata degli occupati a termine nel 2017. Dati Istat (mensili destag. in migliaia)

All’interno del miglioramento generalizzato del quadro economico nazionale, si delinea una situazione di continua ripresa per il mercato del lavoro, che già a partire dai mesi estivi del 2017 aveva recuperato i livelli occupazionali dell’inizio 2008. I più recenti dati mensili diffusi dall’Istat confermano il trend crescente: mediamente tra gennaio a novembre gli occupati hanno superato la soglia dei 23 milioni, registrando una crescita su base annua dell’1,2% (280mila persone al lavoro in più). La crescita ha riguardato entrambi i generi e tutte le ripartizioni e nel terzo trimestre è risultata più intensa per le donne e nel Mezzogiorno. Si è così verificata una lieve riduzione dei divari territoriali: nei mesi estivi l’aumento del tasso di occupazione è stato più consistente nel Mezzogiorno e nel Centro in confronto al Nord.

Il dato sul numero degli occupati non è però sufficiente a valutare l’effettivo apporto produttivo del lavoro, che è invece misurato dalle ore lavorate complessivamente. Nelle statistiche Istat viene considerato occupato anche chi ha svolto una sola ora di lavoro nella settimana di riferimento della rilevazione. Certamente, in termini di contributo alla produzione, c’è una certa differenza a seconda della tipologia di posizioni lavorative create. Sebbene un accenno di ripresa sia avvenuto a partire dal 2015, il monte ore lavorate è ancora molto lontano dai valori pre-crisi. Questo riflette un aumento dell’incidenza del part-time o dei rapporti di lavoro discontinui.

In effetti l’indagine sulle forze lavoro dell’Istat segnala come la crescita dei lavoratori a tempo parziale sia ininterrotta dal 2010; nel terzo trimestre dell’anno appena passato i dipendenti a orario ridotto sono aumentati del 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2016. Tale andamento si affianca comunque anche alla ripresa dell’occupazione full-time, che cresce però a ritmi inferiori. La quantità di lavoratori è dunque tornata ai livelli pre-crisi, ma è cambiata la composizione dei contratti. La crescita dell’occupazione continua difatti a interessare in misura crescente i rapporti a tempo determinato.

L’aumento degli occupati registrato nel terzo trimestre dello scorso anno ha riguardato soltanto i dipendenti, in oltre otto casi su 10 a termine. I lavoratori a tempo indeterminato sono aumentati ancora, ma hanno rappresentato solo il 13% della variazione complessiva dei dipendenti. Il rallentamento della crescita di questi lavoratori potrebbe essere associato all’attesa dei prossimi benefici sulle assunzioni a tempo indeterminato, seppur limitati ai giovani, previsti dalla legge di Bilancio 2018. Il lavoro autonomo continua invece a ridimensionarsi. Nel nostro Paese il periodo di recessione ha colpito in maniera più grave la componente indipendente dell’occupazione, con tendenze negative che persistono anche nella fase di ripresa (-1,8% tra il terzo trimestre 2016 e il terzo 2017).

L’andamento delle ore lavorate dal 2007 al 2017: siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi. Dati Istat (in miliardi)

Se da un lato la diminuzione progressiva del peso dell’occupazione indipendente ha significato per l’Italia un avvicinamento alle caratteristiche prevalenti nei mercati del lavoro europei, dall’altro essa è stata accompagnata da un processo di ricomposizione che ha coinvolto in misura particolare alcune specifiche categorie di occupati indipendenti. Infatti il calo si è concentrato soprattutto nel segmento senza dipendenti, in particolare tra i collaboratori, tra i quali la riduzione prosegue ininterrotta dal secondo trimestre 2015, anche a seguito dei provvedimenti legislativi di attuazione del Jobs Act e in particolare del Decreto legislativo n. 81 del 2015 che ha abrogato i contratti di collaborazione a progetto e ha più esattamente definito la distinzione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo.

Il contratto finisce insieme con gli sgravi contributivi

La ripresa occupazionale sta dunque poggiando sempre più su impieghi a termine. In quest’ambito si segnala peraltro l’andamento particolarmente vivace del lavoro in somministrazione, che è una particolare tipologia di lavoro flessibile.

Del resto, la caratteristica principale della componente in somministrazione della domanda di lavoro è l’elevata sensibilità al ciclo economico. Le imprese, infatti, in risposta alle variazioni cicliche della domanda di beni e servizi possono aggiustare con facilità e senza particolari costi il proprio input di lavoro, variando il numero di lavoratori in somministrazione richiesti alle agenzie che forniscono questo servizio, mentre solo in seconda battuta tendono a incrementare le forme di lavoro più stabili. L’evoluzione del lavoro in somministrazione nel corso del 2017 risulta anche coerente con il quadro economico più generale, che ha visto ridursi la preferenza delle imprese per il contratto a tempo indeterminato una volta terminati gli sgravi contributivi.

L’occupazione in somministrazione potrebbe infine essere stata parzialmente influenzata dall’abolizione del lavoro accessorio decisa a marzo dello scorso anno con l’emanazione del Decreto legge n. 25 del 2017. La dinamica delle posizioni in somministrazione (rilasciate dalla rilevazione Oros dell’Istat) ha un buon grado di accostamento con quella delle posizioni lavorative nell’intero comparto dell’industria e dei servizi di mercato, condividendone e talvolta anticipando i punti di svolta ciclici di alcuni trimestri. Il numero di lavoratori coinvolti nel lavoro somministrato, in aumento dal secondo trimestre 2013, si conferma in forte crescita nel corso del 2017 (nel terzo trimestre si è registrata una variazione tendenziale del 22,8%).


Marina Barbini

Marina Barbini è Ricercatrice presso REF Ricerche dove lavora nell’area Previsioni e Analisi macroeconomiche, occupandosi di tematiche relative al mercato del lavoro italiano.

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