La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Perché gli spazi di lavoro influenzano le organizzazioni

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Il benessere aziendale passa anche degli spazi di lavoro. Colori, cuscini, ambienti confortevoli: oggi sembra questo il trend del design degli ambienti lavoro.

Assistiamo alla ‘bambinizzazione’ degli spazi di lavoro? Si è chiesta in maniera provocatoria Elena Granata, Docente del dipartimento di architettura e studi urbani del Politecnino di Milano e alla Scuola di Economia Civile, tra i relatori di Wellfeel.

Il confine tra il gioco e il lavoro è sempre più labile e la domande da porsi, secondo Granata, è: se tutti giocano chi lavora? La verità, spiega la docente, è che avere spazi di lavoro confortevoli è diventato un modo per promuovere l’azienda perché dà un’immagine positiva dell’organizzazione.

Ma non sempre la realtà corrisponde all’immagine: “Nella maggior parte delle aziende, infatti, spazi di lavoro sono sempre più piccoli e angusti. Molte aziende, soprattutto, multinazionali sfruttano l’immagine di spazi di lavoro ‘ovattati’ per celare poi rapporti di lavoro che sono tutt’altro che confortevoli”.

Gli spazi, invece, devono adattarsi alla realtà. L’imprenditore statunitense Jason Fried, ricorda Granata, ha anticipato la tendenza dell’assenza di concentrazione a lavoro. Fried infatti ha teorizzato che le persone non lavorano a lavoro ma sfruttano altri spazi per concentrarsi che non sono l’ufficio e che non prevedono necessariamente la presenza di altre persone.

L’influenza degli spazi di lavoro

Diventa quindi cruciale domandarsi come i luoghi possono essere ripensati: “Gli spazi di lavoro influiscono infatti sulla vita di chi lavora, sul prodotto e sulla reputazione delle impresa“. Uno spazio di lavoro è uno spazio di dignità per il lavoratore: “Servono spazi flessibili, ibridi, che siano pronti ad accogliere le diverse sfaccettature dei comportamenti”.

Già nel 1959, Erving Goffman, un sociologo che osservava i comportamenti teorizzatva l’arte di non lavorare a lavoro.

“Le persone, diceva Goffman, hanno bisogno di ‘retroscena’, spazi in cui essere se stessi. È necessario un dosaggio tra ‘comfort’ e ‘scomodità’, nel senso che sono necessari sia spazi dove essere più rilassati sia luoghi dove stare ‘con la schiena dritta’ e prendere decisioni”.

La creatività, del resto, ricorda Granata, non ha luogo: “Le idee possono nascere ovunque e comunque. Non abbiamo bisogno di spazi di lavoro creativi per essere creativi. Siamo animali capaci di adattarci e personalizzare gli spazi. Abitare e abitudini hanno la stessa radice ciò significa che gli spazi influenzano le abitudini e viceversa”.

Da spazio di lavoro a spazio di civiltà

I luoghi, dice la docente, devono propiziare le relazioni umane: “Serve il coinvolgimento e la fiducia delle persone che abitano quegli spazi perché siano veramente funzionali. Gli habitat possono essere fonti di benessere,  facilitare relazioni di prossimità ma possono anche educare, imporci dei comportamenti etici. I luoghi di lavoro possono essere il posto dove impariamo i valori civili“.

Il lavoro fisico può generare nelle persone un comportamento sociale di tipo dialogico, come dice il sociologo Richard Sennett. “Molto di questo dipende dall’investimento che le aziende vogliono fare sulle persone e quindi sulla produttività. Non per lavorare sulle eccellenze, ma sulle convergenze tra le persone”, conclude Granata.

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