La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

responsabilità sociale

Responsabilità sociale, misurare gli impatti sulla comunità

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La questione della misurazione degli impatti della Responsabilità sociale d’impresa (CSR) pone difficoltà nella definizione di approcci che siano in grado di catturare e rendere misurabili effetti intangibili e cambiamenti generati sulle persone.

A questo scopo le metodologie si basano su proxy, ossia parametri appositamente costruiti per esprimere un valore intangibile attraverso la sua riconduzione a elementi misurabili. Come si evince dalle metodologie, solo il SROI valuta gli impatti generati su stakeholder e società, mentre né la CBA né la Contingent Valuetaion (CV) valutano impatti (Veisten, 2007; Venkatachalam, 2004, Fujiwarae Campbell, 2011; Layard e Glaister, 1994).

Tra le metodologie di rendicontazione che includono la stima dell’impatto, vanno menzionate le seguenti: la norma sulla Discloure non finanziaria e l’Integrated Reporting.

La metodologia SROI nasce nel contesto del non profit e del Terzo settore negli Stati Uniti a metà degli Anni 90, grazie al lavoro della Roberts Enterprise Development Foundation (REDF), che si proponeva di comprendere l’impatto generato dal lavoro sulle persone interne all’organizzazione, sugli investitori, sulla società in senso più lato. I lavori della REDF vengono proseguiti dalla Hewlett Foundation che intorno al 2004 supporta il lavoro di alcuni consulenti su questi temi.

Il gruppo via via si allarga, incorporando anche i lavori sviluppati da Account Ability sugli standard di rendicontazione (2003a e 2008), di coinvolgimento degli stakeholder (2005 e 2011) e sui temi della rilevanza (materiality) (2003b). Nel 2006 viene sviluppata la linea guida sul SROI (Scholten et al., 2006) e il SROI Network, formato da practitioner e consulenti nel Regno Unito che diviene il punto di riferimento per l’applicazione di tale metodo.

Infine, nel 2015 lo SROI Network si è fuso con la Social Impact Analysis Association (SIAA), dando origine alla Social Value International (SVI), la cui vision richiama il valore della rendicontazione, il rispetto per le uguaglianze, il benessere delle persone e la riduzione degli impatti ambientali

Questo breve inquadramento serve a comprendere come tale metodo sia nato in ambito non accademico e per successivi confronti tra pratiche e applicazioni di misurazione, è poi confluito nello standard. La filosofia generale di questo processo di valutazione si basa su sette principi: il coinvolgimento delle parti interessate nella valutazione; la definizione di proxy che meglio esprimano il valore sociale creato e che siano misurabili; l’attenersi al ‘realismo’ nell’effettuare le scelte di parametro e di valutazione; l’inclusione di aspetti che possano essere ricondotti a proxy materiali; la considerazione degli aspetti rilevanti (materiality); l’impegno alla trasparenza e al rigore della valutazione dei dati; la verifica dei risultati (Arvidson et al., 2013; Nicholls et al., 2012; Nicholls, 2017; Millar et al., 2012; SROI Network, 2015).

Sebbene sia considerato da alcuni un approccio che tende a ‘monetizzare’ gli outcome sociali, esso offre il vantaggio di fornire una misura equiparabile – quella economica – per valutare gli impatti. Il vero punto di forza, tuttavia, è l’enfasi che SROI mette sul coinvolgimento degli stakeholder, che diviene l’elemento chiave per definire, in modo non unilaterale, il valore sociale creato e per adottare un design delle politiche (aziendali, pubbliche, ecc.) centrato sull’utenza.

Infatti, il SROI utilizza mix method, ossia combina informazioni qualitative, quantitative e finanziarie per stimare la quantità di ‘valore’ in termini di, per esempio, salute mentale o benessere creato o distrutto da una singola attività o da un progetto o dall’operare complessivo di un’organizzazione.

La teoria su cui poggia il SROI è la Theory of change (Tapline Clark, 2012), orientata a esplorare come viene realizzato il cambiamento sociale e come viene creato valore per gli stakeholder (Arvidson et al., 2013). La sfida dell’applicazione di questo metodo e la sua portata innovativa stanno proprio nel tentativo di quantificare ciò che difficilmente può essere quantificato, come il valore della fiducia generato dall’operato di un ente, di un’organizzazione o di un individuo, gli effetti in termini di benessere psico-fisico, le attitudini su comportamenti presenti e futuri (Nicholls et al., 2012; Rotheroe e Richards, 2007).

L’analisi di SROI inoltre, partendo dal bilancio economico-finanziario che copre l’arco temporale di un anno per evincere datifinanziari relativi al soggetto che si propone di fare la valutazione del proprio rendimento sociale (SROI valutativo), consente anche di proiettare la valutazioni in un arco temporale futuro (SROI previsionale), considerando gli impatti dovuti a una serie di fattori intervenienti che potrebbero avere concorso al raggiungimento di un dato risultato, tenuto conto anche di impatti negativi (dead weight, displacement, attribution, drop-off).

Un aspetto che riguarda specificamente la proiezione temporale più estesa è collegato alla stima del potenziale della durata dell’impatto generato. Tutte queste fasi della valutazione, che si traducono in costi sottratti del valore creato, servono a costruire misure precauzionali, che tengano conto di effetti esogeni e che non inputino le spiegazioni del cambiamento a una unica strategia di investimento.

Le sfide nell’applicazione dello SROI sono quindi di ampia portata e, come per altri metodi di valutazione economica, il suo utilizzo è stato criticato per aspetti di controversa metodologica e per l’ambizione di ridurre l’impatto sociale a una misura monetaria (Arvidson et al., 2013; Pathak e Dattani, 2014).

Tra gli aspetti di criticità vanno annoverati la discrezionalità nella scelta e definizione degli indicatori; la quantificazione del valore dei benefici che possono riguardare un intero servizio o solo un aspetto e raramente l’interezza dei fattori che producono gli impatti, lasciando la decisione alle parti interessate che vengono consultate.

Una seconda preoccupazione riguarda il processo di assegnazione dei valori monetari ai risultati (outcome), ritenuto opinabile da alcuni e frutto di una arbitrarietà della stima.

Un terzo elemento segnalato da Arvidson et al. (2013) riguarda l’idea di comparabilità tra diverse analisi di SROI: di fatto ogni analisi di SROI differisce da un’altra per perimetro della valutazione, metodologie utilizzate, definizione delle proxy, stakeholder coinvolti.

Il SROI infatti è più un processo di comprensione e valutazione dell’impatto di un servizio e delle attività specifiche (Nicholls etal., 2012; Rauscher et al., 2012), più che uno strumento per operare confronti tra casi. Infine, da più parti è stato sottolineato che effettuare un’analisi di SROI comporta costi elevati per l’organizzazione, che generalmente manca delle competenze necessarie (Yates and Marra 2017; Cooney 2017; Gargani 2017).

L’articolo completo è pubblicato sul numero di Gennaio-Febbraio 2019 di Sviluppo&Organizzazione.
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