La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Smart working, la priorità alle neomamme snatura il lavoro agile

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Con le modifiche introdotte dalla legge di Bilancio 2019, cambia la normativa sullo Smart working. Secondo quanto previsto da un emendamento presentato dalla Lega e approvato alla Camera, i datori di lavoro che stipulano accordi per l’esecuzione della prestazione di lavoro in modalità agile sono tenuti a dare priorità alle richieste di Smart working formulate dalle madri lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo obbligatorio di maternità. La priorità è estesa anche ai lavoratori con figli in condizioni di disabilità (in questo caso sia uomini sia donne).

Il nuovo quadro normativo può sembrare animato da intenti meritori, ma diversi ‘addetti ai lavori’ hanno fatto notare come in realtà si rischi di far venir meno il senso del lavoro agile e di creare disparità di trattamento tra categorie di lavoratori.

Per esempio, il fatto che la misura sia rivolta solo alle madri, escludendo quindi i padri, solleva una questione importante: la genitorialità viene considerata ancora una responsabilità soltanto femminile? Ma soprattutto il significato stesso dello Smart working non rischia di essere snaturato?

Va ricordato, infatti, che il lavoro agile è stato concepito come un’opportunità per portare una nuova cultura manageriale in azienda, per sviluppare nuovi modelli di leadership e per promuovere organizzazioni meritocratiche, dove si misurano i risultati e non il tempo passato all’interno di un perimetro aziendale che ha sempre meno significato.

Associare lo Smart working alle esigenze delle donne, quindi, rischia di svilire uno strumento che ha ben altro potenziale.

Persone&Conoscenze ha intervistato alcuni player di questo mercato ed esperti per capire la loro opinione sulla nuova configurazione dello Smart working e sulle implicazioni nel rapporto vita-lavoro. Partendo dalla politica, che dopo aver introdotto la norma sul lavoro agile –non senza fatica– ora l’ha modificata.

La voce degli esperti

Alessia Mosca, Europarlamentare del Partito democratico (Pd) ed ex Deputata: “Il principio cui ci siamo ispirati quando abbiamo proposto l’introduzione dello Smart working nelle imprese era quello di favorire modalità diverse di lavoro per la realizzazione degli obiettivi aziendali”.

Elena Barazzetta, Ricercatrice di Percorsi di secondo welfare: “Lo Smart working è uno strumento di innovazione aziendale perché porta a un ripensamento del paradigma organizzativo e a un cambio di mentalità, a favore di relazioni aziendali basate su: lavoro orientato all’obiettivo; misurazione dei risultati in un’ottica di efficienza; fiducia tra manager e collaboratore”.

Federico Isenburg, Founder e CEO di Easy Welfare:  “In un contesto sociale in continua evoluzione e dove la parità di genere è diventata una prerogativa irrinunciabile della nostra società e oggetto di discussioni quotidiane, considerare la genitorialità come una responsabilità solo femminile appare un grande passo indietro anziché uno stimolo al rinnovo e al cambiamento sociale”.

Mariagrazia Bonzagni, Capo area personale e organizzazione del Comune di Bologn: Lo Smart working “è la chiave per avviare un circolo virtuoso tra le persone e le organizzazioni, per innescare un cambio di prospettiva. Vederlo ridimensionato ad uno strumento per categorie ‘disagiate’ è un’occasione persa e un errore strategico”.

Michele Armenise, Direttore Generale di Brand id: “[…] la modalità di lavoro non deve essere applicata a specifiche categorie di persone, ma deve mirare al miglioramento di tutte le risorse umane di un’azienda.”.

Maria Vittoria Mazzarini, esperta di Smart working di Methodos:  “[…] Il grande salto da compiere in Italia, quindi, non è tanto legittimare alcuni lavoratori più di altri, ma creare le basi per un rapporto di fiducia e dialogo tra capo e collaboratore”.

Arianna Visentini, Presidente e CEO di Variazioni: Il provvedimento “ci conferma ancora un volta di come spesso il decisore sia estraneo alle dinamiche aziendali e come sia, di conseguenza, poco preparato a formulare dispositivi che portino un reale vantaggio alle famiglie italiane, probabilmente ancorato a un pregiudizio per cui gli interessi di queste ultime non corrispondano a quelli delle imprese”.

Dario Villa, Partner di Trivioquadrivio:  “Una ‘priorità’ (questo il termine usato) accordata a una categoria circoscritta di persone diventa, oltre che un benefit, una ‘ghettizzazione’ del lavoro smart che lo allontana dalla prospettiva di crescita complessiva della maturità organizzativa cui esso dovrebbe essere finalizzato”.

Per approfondire la discussione sullo Smart working, leggi il numero di Gennaio-Febbraio 2019 di Persone&Conoscenze.
Per informazioni sull’acquisto di copie e abbonamenti scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

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