La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Smart working, strumento per l’innovazione dei processi organizzativi

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Il 2017 è stato l’anno dello Smart working, a livello normativo ci sono stati grandi passi avanti sia per quanto riguarda l’ambito privato sia per quello pubblico, con la cosiddetta Riforma Madia che ha posto l’obiettivo di permettere al 10% dei dipendenti della Pubblica Amministrazione di lavorare in regime di lavoro agile entro la fine del 2018.

Elena Barazzetta

In occasione di Wellfeel, il convegno della casa editrice Este dedicato al Benessere organizzativo e al welfare aziendale, è intervenuta sull’argomento Elena Barazzetta, Ricercatrice di Percorsi di secondo welfare.

La Legge 81 del 2017, il testo legislativo che per la prima volta ha normato il lavoro agile,  lo definisce come modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra datore e dipendente, con forme di organizzazione regolate per fasi, cicli e obiettivi, senza precisi vincoli d’orario o luogo di lavoro. La norma garantisce il principio fondante della flessibilità, cardine dello Smart working: consente alle parti di stabilire le tutte modalità di esecuzione di questa soluzione con una logica case by case.

Comprese nel testo normativo e perfezionate nella successiva circolare Inail sono alcune misure di tutela del lavoratore: l’accordo deve essere in forma scritta e deve garantire il diritto alla disconnessione assieme alla garanzia di una retribuzione commisurata a quanto stabilito dai contratti collettivi del lavoro.

Inoltre è stato sottolineato come la tutela della sicurezza del dipendente debba essere estesa, con la cooperazione dello smart worker stesso, a qualsiasi luogo in cui questo decida di svolgere le sue mansioni professionali.

Nel nostro Paese sfortunatamente, nonostante le recenti iniziative governative, il lavoro agile non ha ancora avuto una diffusione paragonabile a quella degli altri Paesi UE, come ha ricordato Elena Barazzetta.

Secondo uno studio condotto nel 2015 l’Italia è il fanalino di coda nel vecchio Continente per quanto riguarda le modalità di lavoro da remoto. Sta però crescendo l’interesse sia da parte delle aziende sia da parte dei lavoratori: basti pensare che un recente studio ha evidenziato come nelle realtà aziendali più grandi il 36% abbia già adottato forme di Smart working e come tra queste il 26% abbia messo in atto iniziative strutturate.

La posizione dell’Italia nell’Ue a 28 sul tema lavoro da remoto

Perché fare Smart working?

Per il dipendente il lavoro da remoto rappresenta un modo per migliorare la conciliazione vita-lavoro, dando la possibilità di far fronte agli aspetti più sensibili della sfera privata come la genitorialità e la cura dei propri cari. Non da sottovalutare è anche il risparmio economico-temporale per coloro che sono soliti percorrere lunghe distanze nel tragitto casa-lavoro.

All’azienda il lavoro agile comporta benefici che spaziano dalla Responsabilità sociale d’impresa, grazie alle minori emissioni di anidride carbonica dei mezzi usati dai dipendenti, alla possibilità di utilizzare al meglio e con approcci innovativi tutte le tecnologie che abilitano questa modalità di lavoro.

Un altro benefit dello Smart working, illustrato da Barazzetta, è rappresentato dall’opportunità di rivedere l’organizzazione aziendale attraverso una flessibilizzazione dei processi. Questo significa innovare i parametri di valutazione per far fronte alle nuove logiche emergenti: lo smart worker, che non lavora sotto l’occhio del diretto responsabile, viene insignito di maggiore autonomia operativa e al contempo responsabilizzato attraverso il lavorare per obiettivi.

Dati alla mano, grazie a una ricerca mirata effettuata da un’importante università italiana in questo ambito, le aziende con lavoratori ‘smart’ hanno fatto registrare un aumento di produttività media del 15% su base annua. Questa percentuale, ipoteticamente estesa a tutti gli occupati nel nostro Paese, comporterebbe un incremento di produttività stimato in 13,7 miliardi di euro.

Lo Smart working presenta, soprattutto dal punto di vista del lavoratore, alcuni fattori di rischio: lavorare troppo, la mancanza del diritto di disconnessione, il rischio di essere alienati dal contesto lavorativo così come il rischio di compromettere il proprio percorso di carriera…

Tutte queste criticità possono essere evitate con un’implementazione attenta e costruttiva. Non esiste uno modello standard universale di lavoro agile, ma sta all’azienda trovare la soluzione giusta per le sue esigenze e per le sue persone. In linea generale è consigliabile prendere in considerazione un percorso progressivo nella sua introduzione, attingendo anche dalle esperienze di altre imprese che hanno avuto successo in questo campo.

Il lavoro agile rappresenta una grande opportunità per rimettere al centro gli obiettivi aziendali, al contempo creando rapporti lavorativi saldamente basati sulla fiducia e sulla responsabilizzazione.

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