La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

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Cittadini digitali, le competenze hard salveranno l’uomo

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A Luciano Floridi i neologismi sono sempre piaciuti. Sin da quando nei primi Anni 2000 divenne il padre del termine “infosfera”, introducendolo di fatto anche in Italia dopo le alterne fortune che l’espressione aveva avuto in passato, e legandosi al termine grazie anche all’intensa attività di evangelizzazione.

E ancora oggi per capire meglio che cosa sia l’infosfera, e quali impatti possa avere sulle organizzazioni, serve rivolgersi proprio a Floridi, tra i più importanti pensatori del Dipartimento di Filosofia di Oxford, università dove è arrivato tanti anni fa partendo da Prima Porta, un borgo rurale di Roma.

Dall’altra parte dello schermo – l’intervista non poteva che avvenire attraverso una piattaforma digitale! – Floridi esordisce provando ad andare oltre l’infosfera e inizia citando il termine “onlife”, di recente addirittura entrato nel Dizionario Treccani.

L’espressione, secondo il vocabolario, indica la “dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, vista come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva”; il dizionario inoltre fa riferimento proprio ai lavori di ricerca di Floridi, alla cui base sta appunto il riconoscimento dell’esperienza onlife dove dicotomie scontate come quelle fra reale e digitale o umano e macchina non sono più sostenibili in maniera nitida.

“Viviamo in uno spazio ibrido nel quale l’analogico si fonde con il digitale, da qui ‘onlife’, crasi tra online e offline”, ci spiega Floridi. “Non è solo il cyberspazio dove si entrava volontariamente, perché siamo tutti inevitabilmente connessi”.

Parte proprio da qui il nostro colloquio con il filosofo, pioniere della filosofia dell’informazione, impegnato a studiare il rapporto tra filosofia, etica e tecnologia, tanto che la Commissione europea l’ha scelto come membro dell’High-level expert group on Artificial Intelligence e i colossi tecnologici si rivolgono a lui con sempre maggiore frequenza per risolvere problemi etici.

Iniziamo dall’infosfera, termine che ha contribuito a diffondere: perché è la giusta etichetta di questa fase storica?

Nella nostra società coesistono digitale e analogico. È uno scenario – giusto per usare una metafora esplicativa del concetto – che può essere paragonato a quello nel quale vivono le mangrovie: si tratta di piante che sopravvivono nell’acqua salmastra, un po’ dolce e un po’ salata.

Nonostante i profeti degli Anni 80, secondo i quali internet sarebbe stata una bolla, e nonostante i pensatori che negli Anni 90 prevedevano una realtà esclusivamente digitale, oggi possiamo affermare che l’analogico è sopravvissuto e l’online non è stato affatto un fenomeno effimero. Il vero problema è che in questo scenario è facile confondersi e perdere la strada.

 

Quali sono gli strumenti culturali per non sentirsi inadeguati in questa nuova dimensione?

La vera difficoltà è possedere un approccio bilanciato tra tradizione e innovazione. Assistiamo a una dicotomia tra chi resiste a oltranza con soluzioni del passato e chi cestina tutto ciò che è stato fatto finora per abbracciare il futuro. Dobbiamo imparare a considerare che c’è una continuità che sarebbe pericoloso ignorare.

È tuttavia riduttivo dire che ‘basta adattarsi’: non è sufficiente introdurre un computer per interpretare la nuova società; serve invece capire quando il digitale è la soluzione migliore oppure comprendere che siamo davanti a una soluzione in cerca del problema. È questo il caso delle mode e un esempio è la presenza sui social. Dov’è scritto che devo avere per forza un account? Prima serve identificare i probemi e quindi trovare la tecnologia adeguata.

 

Eppure la tecnologia s’è già presa ampi spazi e i computer sono ovunque: non abbiamo diritto alla disconnessione?

Ci troviamo di fronte a una tecnologia sempre più coinvolgente, oggi basta possedere uno smartphone per essere in Rete (ogni telefono ha 20-30 App e la geolocalizzazione degli utenti è costante). La soluzione è semplice: basta spegnere lo smartphone. Eppure chi si può permettere la disconnessione? Pochi. Esattamente come quelli che un tempo – la classe elitaria – potevano andare in vacanza.

Rappresentando lo scenario graficamente dovremmo immaginare una curva gaussiana dove da una parte ci sono i privilegiati che possono restare offline anche per un mese e dall’altra chi non può accedere neppure a uno smartphone. E nel mezzo la stragrande maggioranza di persone che non può concedersi il lusso di disconnettersi.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di maggio-giugno 2019 di Sviluppo&Organizzazione.
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