La cura della persona e dell’ambiente di lavoro come opportunità di crescita per le organizzazioni

Aumentare lo spazio di felicità

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Stiamo assistendo a una trasformazione epocale del mondo del lavoro. La digitalizzazione ha modificato il modo di produrre e cambiato la modalità con la quale le persone si relazionano. C’è chi profetizza la fine del lavoro che tra l’altro contribuisce a costruire la nostra identità e a dare senso alle nostre vite. Ma il lavoro non è destinato a finire, si sta trasformando sotto i nostri occhi.

Il problema è la velocità con la quale le trasformazioni avvengono. L’accelerazione alla quale l’innovazione tecnologica ci sottopone provoca stress, l’ansia sembra essersi impadronita delle nostre vite e il welfare aziendale può dare risposte a bisogni che cambiano con altrettanta velocità. Il nostro compito è raccontare queste trasformazioni e alimentare il dibattito per cercare nuove soluzioni. Ma il tema è complesso e va analizzato da diverse prospettive.

Vogliamo occuparci di persone e di come stanno. Ma chi sono? Nella nostra società si stanno verificano squilibri demografici, la popolazione invecchia, donne e giovani rimangono esclusi dal ciclo produttivo e l’industria ha bisogno di competenze che non formiamo.

I cambiamenti che la digitalizzazione e globalizzazione portano con sé hanno un impatto sull’organizzazione del lavoro. L’azienda per la vita non esiste più, il lavoro è sempre più caratterizzato da una forte mobilità i percorsi professionali sono sempre meno lineari. Le scrivanie si condividono, anche i confini legati all’orario già hanno un senso diverso rispetto al passato, lo Smart working è diventato legge e si configurano modalità nuove per organizzare il lavoro.

Il welfare aziendale rappresenta una leva potente ma si deve adeguare dando risposte a una popolazione aziendale che esprime sempre maggiori diversità e manifesta nuovi bisogni. In questo scenario anche la contrattazione è chiamata a ripensarsi, se sono le competenze a garantire l’occupabilità e a far si che le persone si possano ritagliare un ruolo di ‘partecipazione’, anche la formazione deve essere un dibattito al tavolo della contrattazione.

Da spazio di lavoro a dimensione ‘di senso

Anche lo spazio di lavoro si trasforma e assume un significato umanistico. Al suo interno la persona, con il suo agire, deve poter esprimere valori che fanno la differenza rispetto al lavoro di un robot, al compito eseguito da un algoritmo.

Ma le persone richiedono cure, attenzioni, oggi più che mai devono trovare una dimensione di senso all’interno di organizzazioni che sono sempre più fluide, che danno flessibilità ma richiedono molto in cambio. E qui si apre un importante capitolo che riguarda il ruolo sociale dell’impresa: da generatrice di profitti le aziende devono orientare il loro agire economico a un bene comune, dove al centro c’è la persona ma anche il territorio, recuperando il senso olivettiano di comunità.

Il tema è complesso, richiede un approfondimento da diverse prospettive e le due giornate di Wellfell hanno rappresentato un’occasione di analisi che prende in esame evoluzione del contesto sociale, ruolo della persona, spazi e tempi di lavoro, nuovi bisogni e ruolo dei provider e soluzioni per coltivare il benessere.

L’evoluzione del contesto economico e sociale

Rimettere in relazione positiva demografia, welfare e sviluppo. Con questo monito abbiamo aperto le due giornate di lavori dedicati a benessere organizzativo e welfare aziendale. Il nostro assetto demografico, come ci ha spiegato il demografo Alessandro Rosina, presenta forti squilibri, che sono il risultato dell’incapacità di valorizzare il nostro capitale umano: donne e giovani nel nostro Paese non sono messi nelle condizioni di poter realizzare i loro progetti di vita e questo è evidentemente il risultato di un sistema di welfare che non ha funzionato.

Il welfare cambia la relazione tra demografia ed economia, gli investimenti in conciliazione hanno il potere di ribaltare la relazione, tanto che i Paesi con la più alta occupazione hanno anche i più alti tassi di fecondità. Ma l’Italia resta sempre indietro.

Il nostro Paese non ha saputo fare le scelte giuste ma sarebbe urgente intervenire per indurre comportamenti differenti, anche a partire dalle medie imprese. Aumentano gli anziani, e questo non sarebbe di per sé un problema; ma lo diventa poiché diminuiscono i giovani e questo limita naturalmente le possibilità di crescita. Il welfare aziendale rappresenta una leva potente ed è emerso come l’attenzione alla persona sia di grande interesse economico.

Stiamo vivendo grandi trasformazioni, economiche e sociali, mantenere in equilibrio la vita e la produttività è una scommessa. Per vincerla bisogna avere consapevolezza che al modificarsi dei sistemi produttivi l’impianto di organizzazione del lavoro, compresa la gestione degli orari, va ripensata, ci sono aspetti che vanno armonizzati.

Tradizionalmente l’istituto dell’orario di lavoro viene gestito dal Responsabile del Personale mentre l’uso dell’orario viene governato da chi gestisce la produzione. Ma i fabbisogni orari sono differenti, bisogna aiutare le persone a tenere il giusto ritmo con una logica di equità. Il benessere deve essere per tutti. È necessario maturare una coscienza in merito all’equa distribuzione dei vantaggi, recuperare logiche di mutualità. Per questo diventa fondamentale il ruolo dell’imprenditore, che ci deve credere, e del provider che, a valle di un modello consulenziale, deve essere in grado di costruire il piano di welfare più adatto. Tutto passa da una cultura del welfare, che tutti gli attori in campo devono contribuire ad alimentare.

La valorizzazione della persona

Di cosa hanno bisogno le persone? Cosa intendiamo quando parliamo di benessere? Stefano Zamagni che in Italia ha contribuito a fondare la Scuola di Economia Civile, ha portato a esempio il paradosso della felicità dell’economista americano Richard Easterlin: l’aumento del reddito provoca una felicità di breve periodo, mentre la felicità è legata a beni relazionali, le persone hanno la necessità di tenere insieme le esigenze di relazione legate alla dimensione della famiglia laddove l’impresa occupa i 2/3 del tempo di vita delle persone adulte.

L’impresa, nella quarta rivoluzione industriale, assume le caratteristiche della learning organization: creatività e innovazione sono fattori strategici. Ma chi innova? Non certo le macchine… è l’essere umano che deve mettere a valore le sue conoscenze e portare un contributo creativo. Per questo vanno valorizzate le conoscenze tacite, più di quelle codificate, ed è compito degli imprenditori mobilitarle. Come? Facendo sentire le persone delle ‘risorse umane’.

Oggi i disegni organizzativi e il welfare aziendale devono aver presente che l’incentivo economico non basta più. Il nostro Paese può contare su una tradizione culturale che non ha eguali al mondo, non abbiamo bisogno di mutuare modelli dal mondo anglosassone. Dobbiamo allenarci a coltivare un senso di speranza e le imprese molto potranno fare se sapranno riorientare il loro agire economico in un’ottica di bene comune, contribuendo così a un benessere di comunità. Il welfare diventa così generativo, capace di indurre comportamenti fondati su principi di reciprocità.

Lo spazio di lavoro

Anche l’habitat è fonte di benessere, lo spazio educa, il luogo di lavoro è denso di significati. Lo spazio diventa un tema umanistico in quanto esiste una relazione tra l’ambiente e l’attitudine a collaborare.

Nella vita sociale come rappresentazione, il sociologo Goffman ci ha messi in guardia in merito alla differenza tra scena-palcoscenico aziendale e retroscena, dove l’individuo recupera lo spazio del sé. E in una learning organization, dove è necessario stimolare la cultura tacita e valorizzare le motivazioni intrinseche delle persone siamo sicuri abbiano senso spazi di lavoro, palcoscenici, ‘bambinizzati’?

Ci deve essere una giusta misura, prendersi cura dello spazio e delle esigenze autentiche delle persone influisce sulla qualità del loro lavoro. E sui risultati.

Anche i tempi di lavoro danno un contributo al benessere, lo Smart working è una modalità di organizzazione dei tempi di lavoro che contribuisce al benessere.

Un buon regolamento però non basta, lo Smart working è una filosofia manageriale che ha bisogno della costruzione di un legame di fiducia, per questo il direttore del personale ha un ruolo centrale. E, per evitare la progettazione di spazi che enfatizzino palcoscenici dove le persone faticano a esprimersi con autenticità, è importante creare un linguaggio comune tra il mondo delle risorse umane e il mondo della progettazione.

I nuovi bisogni e le risposte del welfare aziendale

Il quadro demografico prospettato in apertura di convegno ha risvolti preoccupanti. Gli italiani vivono più a lungo ma non stanno meglio. Crescono le spese per la non autosufficienza, aumenta il numero di persone che rinunciano alle cure. Come ci ha spiegato Franca Maino, Direttrice del Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare, sta prendendo piede quello che viene definito ‘welfare fai da te’ che attinge da risorse che ricadono sui bilanci delle famiglie.

Cosa fare? È necessario cercare soluzioni oltre (non in alternativa) il settore pubblico. Il welfare aziendale rappresenta una via d’uscita, fornisce nuove finestre di opportunità comprendendo nei piani di welfare una pluralità di misure per rispondere nuovi bisogni.

Il welfare aziendale ha un valore economico sempre più significativo ma, affinché sia distribuito con efficacia, è necessario ripensare il ruolo delle parti sociali e concepire in modo innovativo le relazioni industriali.

Il welfare aziendale conviene, dà risposte e rappresenta un fattore di crescita per l’economia. È necessario guardare al futuro dunque, e aprirsi ad una pluralità di attori in grado di soddisfare le esigenze delle persone sul territorio. Tra questi il terzo settore giocherà un ruolo sempre più rilevante, anche grazie alle forti relazioni di fiducia che il sistema delle cooperative ha costruito capillarmente su tutto il territorio, con una accurata selezione dei servizi offerti.

Il ruolo dei provider

Il mercato del welfare aziedale ha subito una accelerazione negli ultimi anni anche grazie al ruolo dei provider. Un ruolo delicato, non esiste una letteratura che marchi le differenze, ha spiegato Luca Pesenti, ricercatore di sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il loro valore risiede nella capacità di accompagnare le aziende nella progettazione di piani che facilitino la user experience, soprattutto laddove le persone sono meno scolarizzate. Le persone non devono essere lasciate da sole: possibilità di scelta non è sinonimo di capacità di effettuare scelte consapevoli.

Un piano di wefare ben progettato avrà ricadute economiche positive sull’economia e sull’occupazione, per questo il ruolo dei provider è centrale. È necessaria una fase delicata di accompagnamento nella progettazione del piano giusto per ogni singola azienda, e i provider non possono abdicare a questa responsabilità.

Certo, resta fondamentale l’agire ‘civile’ dell’imprenditore, che deve essere sempre più teso a occuparsi del benessere della collettività, contribuendo alla crescita morale ed economica del contesto sociale.

Nell’agire civile è compresa la crescita culturale delle persone. Solo lo sviluppo intellettuale può evitare il rischio di omologazione di pensiero che ostacola creatività e innovazione. Ecco perché sempre più spesso programmi culturali umanistici entrano in azienda.

Mens sana in ‘corporate sano’

Dobbiamo allenarci a tirar fuori il meglio di noi stessi, non accontentarci di una vita normale e liberare tutte le energie che abbiamo dentro di noi per vivere una vita straordinaria. Questo l’insegnamento dell’atleta paraolimpico Fabrizio Macchi, che ci ha esortato a coltivare con maggiore determinazione il desiderio di costruire un futuro nel quale si realizzi la pienezza del nostro ben-essere.

Tutto parte dall’allenamento e dalla consapevolezza che abbiamo tutte le energie che servono per realizzare i nostri sogni. Dobbiamo avere la determinazione di tirarle fuori. Vivere una vita straordinaria dipende solo da noi, e dobbiamo sviluppare maggiore responsabilità per migliorare il benessere nel nostro luogo di lavoro.

Tutto parte anche dall’atteggiamento, come ci ha spiegato il comico Diego Parassole: la sua performance sul palco di Wellfeel ci ha messo in guardia. Il mal-essere accorcia i telomeri, l’associazione tra accorciamento della regione terminale dei cromosomi e l’invecchiamento è dimostrata scientificamente. Ecco un altro buon motivo per aumentare il nostro ‘spazio di felicità’.

Dalle due giornate di lavori è emersa la necessità di essere testimoni di un modo diverso di concepire l’economia. Tutte le iniziative di welfare hanno un impatto sul territorio, ma abbiamo bisogno di orientamento, e le aziende possono essere punti di riferimento ed emblemi di idealità. Ma serve un cambio culturale, i modelli di governance più efficaci saranno quelli imperniati sulla fiducia, basati su tre cardini: ascolto, flessibilità, partecipazione. Temi che abbiamo approfondito nelle tre sessioni parallele del pomeriggio durante le quali si è discusso dei nuovi modelli di relazioni industriali, di Big data e welfare aziendale e di partecipazione dei dipendenti.

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